Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea che gli indirizzi IP possono essere considerati come dati personali perché possono essere impiegati per individuare un utente attraverso il ricorso alle autorità o agli ISP provider.

La questione è stata posta nell’ambito di una controversia tra il sig. Patrick Breyer e la Bundesrepublik Deutschland (Repubblica federale di Germania) in merito alla registrazione e alla conservazione dell’indirizzo IP del sig. Breyer in occasione della consultazione di vari siti Internet dei servizi federali tedeschi.

Al fine di contrastare attacchi e identificare i «pirati informatici», nei siti governativi tedeschi gli accessi sono registrati e, al termine della sessione di consultazione, vengono memorizzati dati quali il nome del sito o del file consultato, le parole inserite nei campi di ricerca, la data e l’ora della consultazione, il volume dei dati trasferiti, il messaggio relativo all’esito della consultazione e l’indirizzo IP del computer a partire dal quale è stato effettuato l’accesso.

Il sig. Breyer si è rivolto ai giudici amministrativi tedeschi, chiedendo che alla Repubblica federale di Germania sia vietato conservare gli indirizzi IP. La richiesta è stata rigettata in primo grado ma il giudice di appello ha parzialmente accolto l’istanza condannando la Repubblica federale di Germania ad astenersi dal conservare gli indirizzi IP qualora essi vengano memorizzati unitamente alla data della sessione di consultazione e qualora gli utenti abbiano rivelato la propria identità durante la sessione, anche sotto forma di un indirizzo elettronico.

Secondo la Corte di appello tedesca, dunque, un indirizzo IP dinamico, associato alla data della consultazione, è da considerarsi un dato personale solo nel caso in cui l’utente abbia rivelato la propria identità durante la navigazione, mentre  se un utente non indica la propria identità durante una sessione di consultazione l’indirizzo IP non sarebbe un dato personale perché solamente l’Internet Service Provider può ricollegare l’indirizzo IP al nome di un abbonato.

Opponendosi alla decisione del giudice di appello si sono rivolti al Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia) sia la Repubblica federale di Germania che il sig. Breyer. Quest’ultimo puntava ad un accoglimento integrale della sua domanda inibitoria mentre lo Stato ne chiedeva il rigetto.

Il giudice del rinvio ha precisato che la qualificazione degli indirizzi IP come dati «personali» dipenderebbe dalla possibilità o meno di identificare l’utente e ha posto una controversia dottrinale riguardo alla scelta di un criterio «oggettivo» oppure di un criterio «relativo» per stabilire se una persona sia identificabile. Applicando un criterio «oggettivo», dati come gli indirizzi IP potrebbero essere considerati dati personali anche qualora solamente un terzo sia in grado di determinare l’identità della persona interessata, terzo che, in questo caso, sarebbe il fornitore di accesso a Internet. Secondo un criterio «relativo», invece, questi dati potrebbero essere qualificati come dati personali solo in relazione ad un particolare soggetto, come il fornitore di accesso a Internet, in grado di risalire alla precisa identificazione dell’utente. Di contro, non potrebbero essere considerati dati personali nei confronti di altri organismi, come i gestori di siti Internet, dato che questi non disporrebbero delle informazioni necessarie all’identificazione senza ricorrere a fonti esterne, tranne nel caso in cui l’utente non abbia rivelato la propria identità nel corso della navigazione.

La corte di Giustizia Europea ha innanzitutto rilevato che un indirizzo IP dinamico non costituisce un’informazione riferita a una «persona fisica identificata», dal momento che non rivela direttamente l’identità del proprietario del computer collegato a un sito Internet, né quella di un’altra persona che potrebbe utilizzare detto computer. Tuttavia, ha sottolineato la corte, dalla formulazione dell’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46 risulta che si considera identificabile una persona che può essere identificata non solo direttamente, ma anche indirettamente. Inoltre, il considerando 26 della direttiva 95/46 enuncia che, per determinare se una persona sia identificabile, è opportuno prendere in considerazione l’insieme dei mezzi che possono essere ragionevolmente utilizzati dal responsabile del trattamento o da altri per identificare detta persona.

Secondo la Corte, il fatto che le informazioni aggiuntive necessarie per identificare gli utenti non siano detenute direttamente dai gestori dei siti, ma dal fornitore di accesso a Internet, non pare sufficiente ad escludere che gli indirizzi IP dinamici possano essere considerati dati personali ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46. Infatti, occorre determinare se la possibilità di combinare un indirizzo IP dinamico con i nominativi detenuti dai fornitori di accesso a Internet costituisca un mezzo accessibile ai gestori di siti. Un’eventualità che non sarebbe ipotizzabile se l’identificazione della persona interessata fosse vietata dalla legge o praticamente irrealizzabile, per esempio a causa del fatto che implicherebbe uno dispendio di tempo, di costo e di manodopera.

Nonostante il diritto nazionale tedesco non consenta agli ISP di trasmettere direttamente le informazioni per identificare una persona a partire da un indirizzo IP, la Corte ha rilevato che esistono strumenti giuridici che consentono ai gestori di siti, in particolare in caso di attacchi cibernetici, di rivolgersi alle autorità affinché queste ottengano tali informazioni dal fornitore di accesso a Internet e per avviare procedimenti penali. Pertanto ne deriva che esistono mezzi che possono essere ragionevolmente utilizzati per identificare, con l’aiuto di altri soggetti, una persona sulla base del suo indirizzo IP.

La Corte di Giustizia Europea ha quindi stabilito che l’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46 dev’essere interpretato nel senso che un indirizzo IP dinamico registrato da un sito costituisce, nei confronti del gestore del sito, un dato personale, qualora detto fornitore disponga di mezzi giuridici che gli consentano di far identificare la persona interessata attraverso il ricorso all’Internet service provider dell’utente.

La sentenza della Corte di Giustizia è disponibile QUI.

Il 12 maggio 2016 l’Avvocato generale Campos Sànchez-Bordona ha presentato le sue conclusioni in merito ad una questione pregiudiziale sollevata, dinanzi alla Corte di giustizia europea, dalla Corte federale di giustizia tedesca (Bundesgerichtshof) riguardante, in particolar modo, la qualificazione degli indirizzi IP dinamici come dati personali ai sensi dell’art. 2, lett. a) della direttiva 95/46/CE, attualmente ancora normativa europea di riferimento in materia di trattamento dei dati personali.

Per ragioni di chiarezza, si precisa che un indirizzo IP (indirizzo di protocollo Internet) è una sequenze di numeri binari che, assegnata da un fornitore di accesso alla rete a un determinato dispositivo (es. computer), ne permette l’univoca identificazione e ne consente l’accesso alla rete di comunicazioni elettroniche. Si parla di “indirizzo IP dinamico” quando il fornitore di accesso alla rete assegna al dispositivo del cliente un indirizzo IP temporaneo per ciascun collegamento a Internet, modificandolo in occasione di successivi accessi alla Rete.

La controversia (causa C-582/2014) è nata dalla proposizione da parte del sig. Breyer di un’azione inibitoria contro la Repubblica federale di Germania a causa della memorizzazione, da parte dei siti istituzionali da questa gestiti, degli indirizzi IP associati al sistema host del sig. Beyer ogni volta che questi vi effettuava un accesso. A seguito del ricorso per Cassazione, la Corte federale di giustizia tedesca ha sollevato, tra le altre, una questione pregiudiziale in cui chiedeva se un indirizzo IP memorizzato da un fornitore di servizi in relazione ad un accesso al suo sito Internet costituisse per quest’ultimo un dato personale già nel momento in cui un terzo (nel caso di specie un fornitore di accesso alla rete) disponesse delle informazioni aggiuntive necessarie ai fini dell’identificazione della persona interessata.

In attesa della sentenza del giudice europeo, sembra interessante esaminare le conclusioni raggiunte dall’Avvocato generale. Prima di affrontare il merito della questione, l’Avvocato generale ne delimita l’ambito di analisi precisando che oggetto della questione sono esclusivamente gli “indirizzi IP dinamici”, non rientrando nell’analisi anche gli “indirizzi IP fissi o statici”, e che la valutazione che un indirizzo IP sia un dato personale deve inquadrarsi nelle specifiche circostanze della controversia (cioè quando soggetto conservatore è un fornitore di pagine web e soggetto terzo, che dispone di informazioni aggiuntive, è un fornitore di accesso alla rete). L’Avvocato generale entra poi nel cuore della questione. Innanzitutto viene chiarito che un indirizzo IP dinamico (che fornisce la data e l’ora di un collegamento) se associato ad altre informazioni consente indubbiamente l’identificazione indiretta del titolare del dispositivo utilizzato per l’accesso alla pagina web e debba quindi considerarsi un dato personale. Tali informazioni “aggiuntive” possono essere in possesso del medesimo soggetto che conosce l’indirizzo IP o possono essere in possesso di un terzo (nel caso di specie un fornitore di accesso alla rete). In secondo luogo l’Avvocato generale precisa che, per considerare un indirizzo IP quale dato personale, non è sufficiente la mera possibilità, in abstracto, di conoscere le informazioni aggiuntive in possesso di un soggetto terzo, ma è necessario che il fornitore di servizi possa “ragionevolmente” rivolgersi a quest’ultimo al fine di ottenere tali informazioni. Non sarà da considerarsi ragionevole il contatto che sia di fatto molto costoso in termini umani ed economici o praticamente irrealizzabile o vietato dalla legge. Nella fattispecie, essendo il terzo a cui si fa riferimento un fornitore di accesso alla rete, la possibilità del fornitore di servizi Internet di contattarlo e ottenere da lui la trasmissione delle informazioni aggiuntive risulta essere perfettamente “ragionevole”. L’Avvocato generale conclude quindi che, nello specifico caso così come inquadrato, l’indirizzo IP dinamico deve essere qualificato, ai fini dell’attività esercitata dal fornitore di servizi Internet, come dato personale.

Seguiranno aggiornamenti sull’esito della controversia.

Prof. Avv. Giusella Finocchiaro

Dott. Maria Chiara Meneghetti

posted by admin on gennaio 15, 2016

Diritto d'autore e copyright

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Rojadirecta-calcio-streamingIl giudice, dando ragione a Mediaset,  impone al fornitore di connessione internet di disabilitare qualsiasi tipo di collegamento al sito pirata che viola il copyright delle gare di Serie A e Champions League.

Il 13 gennaio 2016 è stata confermata la decisione della Sezione Specializzata Impresa del Tribunale di Milano che il 18 novembre 2015 aveva ordinato, in via cautelare, il blocco ad ogni accesso al popolare sito pirata Rojadirecta che mette a disposizione degli utenti liste di indirizzi di siti che trasmettono eventi sportivi in streaming.

Il provvedimento cautelare giungeva a seguito di un esposto inoltrato nel 2013 da Mediaset e Lega Calcio, che si era concluso con un ordine di sequestro del portale Rojadirecta. L’ordine obbligava gli Internet Service Provider italiani a rendere il sito irraggiungibile dai loro utenti, tramite inibizione dei DNS, un’ingiunzione a cui avevano dato seguito tutti i fornitori di connettività del nostro paese tranne Fastweb.

Nel novembre del 2015, il tribunale di Milano aveva disposto che Fastweb provvedesse a oscurare qualunque dominio riconducibile a Rojadirecta, indipendentemente dal fatto che fosse o meno in violazione delle leggi. Una penale di 30.000 euro sarebbe stata versata per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del blocco. Dal 18 novembre Fastweb aveva provveduto al blocco all’accesso del sito.

La sentenza del 13 gennaio impone  a tutti i provider la disabilitazione all’accesso “sia ai DNS, sia agli indirizzi IP associati”. La novità in fatto di tutela del copyright online sta nell’imposizione rivolta al fornitore di connessione internet di inibire totalmente ai propri clienti l’accesso a tutti gli indirizzi IP collegati al sito in questione.

In un recente comunicato, Mediaset spiega che «mai prima d’ora, infatti, la magistratura civile aveva imposto a un fornitore di connessione internet di inibire ai propri clienti l’accesso a tutti gli indirizzi Ip collegati a un sito, Rojadirecta nel caso in oggetto. In questo modo, il provvedimento del Tribunale di Milano fornisce una tutela effettiva ai diritti esclusivi degli editori, individuando nei fornitori di connettività gli operatori più idonei a contrastare la pirateria digitale». Mediaset ha annunciato che «farà valere questa decisione anche presso le Autorità regolamentari dove il tema del blocco degli Ip è fondamentale per evitare che i provvedimenti del Garante possano essere facilmente aggirati».

posted by admin on maggio 2, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Gli Internet Service Provider permettono agli utenti l’accesso a materiale coperto da copyright e pertanto devono pagare una licenza. Con questa motivazione la collecting society belga SABAM ha citato in giudizio i tre principali Internet Service Provider del Belgio, reclamando un risarcimento per aver permesso ai loro utenti di accedere a contenuti protetti da diritto d’autore.

L’Associazione Belga degli Autori, compositori ed editori - equivalente belga della SIAE italiana -  ha chiesto alla Corte di ordinare agli ISP  Belgacom, Telenet e Voo di destinare alla Sabam il 3,4% dei loro profitti, come “equo compenso” per il “supporto” che le connessioni veloci ad Internet forniscono alla pirateria.

Annunciando l’azione legale in un comunicato stampa, la SABAM ha sostenuto che gli ISP durante gli anni hanno guadagnato dalla crescente fruizione di media online offrendo l’accesso ad Internet illimitato e con un alta velocità di download e persino reclamizzandolo nelle loro campagne. Secondo la collecting society il guadagno degli ISP deriva in parte dall’illecita fruizione massiva di opere coperte da diritto d’autore e per questo gli ISP dovrebbero iniziare a pagare le licenze. Sabam ha presentato una richiesta di risarcimento agli ISP per un periodo che parte dal novembre 2011 .

L’Acssociazione degli ISP belgi (ISPA),  in risposta alla richiesta della Sabam, ha dichiarato in un comunicato stampa che i fornitori di connettività non operano una scelta sul tipo di informazione che veicolano attraverso le loro connessioni e pertanto non possono essere ritenuti responsabili per i contenuti richiesti dagli utenti. L’associazione ha inoltre sottolineato che il pagamento delle licenze proposto da Sabam equivarrebbe ad una tassa imposta a tutti gli utenti della rete, compresi quelli che non utilizzano Internet per scaricare illecitamente materiale coperto da copyright.  

I provider sono obbligati a rimuovere un contenuto dai loro servizi solo se tale contenuto è stato dichiarato illecito dalle autorità competenti.

Questa, in estrema sintesi, la motivazione con cui Tribunale di Firenze ha respinto un ricorso che chiedeva di ordinare a Google la rimozione di un link ad un sito sul quale, secondo il ricorrente, sarebbero stati diffusi alcuni contenuti in violazione dei suoi diritti di proprietà intellettuale e della sua reputazione.

Il giudice Anna Primavera, dopo aver rilevato che le supposte violazioni non erano state accertate dalle autorità ma si basavano solo sulle diffide della parte ricorrente, ha escluso la responsabilità del fornitore di servizi.

Alla luce dell’interpretazione dell’art.14 della Direttiva sul Commercio Elettronico fornita dalla Corte di Giustizia della CE, infatti, un prestatore di servizi non può essere ritenuto responsabile per i dati che ha memorizzato su richiesta di un inserzionista salvo che, dopo essere venuto a conoscenza della natura illecita di tali dati, abbia mancato di rimuoverli prontamente. Per valutare se un prestatore di servizi abbia effettiva conoscenza dell’illiceità di dati veicolati attraverso il suo servizio è tuttavia necessario che “un organo competente abbia dichiarato che i dati sono illeciti, oppure abbia ordinato la rimozione o la disabilitazione dell’accesso agli stessi, ovvero che sia stata dichiarata l’esistenza di un danno”.

La decisione del Tribunale di Firenze sancisce così che un fornitore di servizi non può essere obbligato a rimuovere un contenuto solo su segnalazione di un’azienda o di un privato cittadino dal momento che non basta una diffida di parte per sancire una violazione.

Questo assunto, alla base del principio di non responsabilità del provider, rischia di essere delegittimato dall’eventuale approvazione della già citata proposta di emendamento dell’On.Fava. Il parlamentare propone infatti una normativa che delinea un profilo di responsabilità per il gestore di servizi di hosting qualora esso sia al corrente di fatti o di circostanze “in base ai quali un operatore economico diligente avrebbe dovuto constatare l’illiceità dell’attività o dell’informazione, avvalendosi a tal fine di tutte le informazioni di cui disponga, comprese quelle che gli siano state trasmesse dal titolare del diritto violato”.

Una recente sentenza dell’High Court inglese ha imposto a tutti gli Internet Service Providers del Regno Unito di bloccare l’accesso dei loro utenti al famigerato sito The Pirate Bay.

Il caso era stato portato davanti alla Corte da una coalizione di major dell’industria musicale tra cui EMI, Sony e Universal. Il giudice, sostenendo che i gestori del sito di condivisione di file torrent incitano gli utenti alla violazione del copyright, ha accolto le richieste delle major e ha ordinato agli ISP di impostare un sistema di filtraggio simile a quello già  utilizzato per il blocco dei siti pedopornografici.

La decisione è stata applaudita dai portavoce dei principali operatori economici dell’industria dell’intrattenimento del Regno Unito.

I gruppi a sostegno dei diritti digitali dei cittadini hanno invece espresso preoccupazione per l’ordine di censura imposto dal giudice ai provider.  In particolare, l’Open Rights Group – una delle principali associazioni per la difesa dei diritti digitali – ha reso nota una dichiarazione del suo direttore esecutivo Jim Killock :

“Bloccare the Pirate Bay è inutile e pericoloso. Fomenterà ulteriori richieste, più vaste e ancora più drastiche, di ogni genere di censura su Internet, dalla pornografia all’estremismo. Le dimensioni della censura su Internet stanno crescendo e censurare la rete sta diventando più facile. Ciononostante non ha mai l’effetto desiderato ma semplicemente trasforma i criminali in eroi.”

acta_150pxIl lungo negoziato del Trattato Internazionale Anti Contraffazione (ACTA) sembra aver trovato un punto di arrivo nella firma da parte dei rappresentati dell’Unione Europea, posta in calce al documento durante la cerimonia di sottoscrizione tenutasi a Tokyo lo scorso 26 gennaio.

La versione finale del trattato, che segue una lunga serie di bozze “segrete” circolate in rete grazie a siti come Wikileaks, presenta ancora la maggioranza dei punti che sono stati oggetto delle critiche del mondo accademico internazionale, delle proteste delle associazioni per la difesa dei diritti digitali, nonché dal parere negativo della Direzione Generale per le Politiche Esterne del Parlamento Europeo.

Presentato inizialmente come una proposta per coordinare l’applicazione delle direttive doganali contro la contraffazione, l’ACTA si è nel tempo tramutato in una regolamentazione mondiale della proprietà intellettuale che, sul versante digitale, definisce disposizioni comuni per la repressione delle violazioni del copyright favorendo l’intervento diretto dei detentori di diritti nei casi di sospetta violazione.

Il processo di negoziazione è stato condotto a porte chiuse in assenza di un aperto dibattito democratico e ha coinvolto i rappresentanti di 39 paesi (tra cui i 27 dell’Unione europea) nella produzione di una serie di norme che dovranno ora essere ratificate dai vari stati.

Come già ipotizzato in altre proposte di legge fortemente contestate quali il SOPA e il “nostro” emendamento FAVA,  anche l’ACTA (art. 27.3) prescrive una “collaborazione” tra governi e detentori di diritti d’autore che, secondo gli oppositori al trattato, lascerebbe la porta aperta a disposizioni di tipo “extra-giudiziale” o “alternative ai tribunali”. Ciò significa che l’attività delle forze dell’ordine (sorveglianza e raccolta di testimonianze) e le sanzioni potrebbero raggiungere i privati cittadini scavalcando l’autorità giudiziaria.

Molta preoccupazione è stata espressa in particolare sul versante della privacy.  L’art. 27.4 dell’ACTA prescrive infatti che i detentori di diritti possano avere la facoltà di ottenere dagli ISP informazioni private relative agli utenti, senza la previa specifica autorizzazione di un giudice.

Dal punto di vista delle sanzioni pecuniarie, le critiche si concentrano sull’inclusione del parametro dei “profitti perduti” (art.9) per la stima del risarcimento danni in seguito a violazione del copyright. Secondo questo metodo, ad ogni file copiato illegalmente corrisponderebbe un mancato prodotto vanduto da parte dell’industria. Tuttavia secondo le crtitiche tale correlazione non sarebbe supportata da alcuna evidenza, non essendo dato sapere se l’utente del prodotto “piratato” avrebbe ugualmente effettuato l’acquisto del bene ai normali prezzi di mercato.

Per quanto riguarda le sanzioni penali, invece, i commentatori hanno evidenziato che l’ACTA (l’art. 23.4) lascia aperta la possibilità che la correità nella violazione del diritto d’autore sia attribuita agli intermediari tecnologici, come gli ISP e gli hosting service provider, spingendoli così ad assecondare prontamente le richieste dei detentori dei diritti per evitare eventuali implicazioni. La correità inoltre potrebbe essere attribuita anche a terze parti, colpevoli magari di aver semplicemente “linkato” o indicizzato un contenuto ritenuto in violazione.

Il Trattato Anti-Contraffazione dovrà ora passare il vaglio delle varie commissioni prima di arrivare alla votazione plenaria del Parlamento Europeo, attesa non prima di giugno.

Questa settimana è stata diffusa l’ultima bozza dell’ACTA, il discusso trattato internazionale anti-contraffazione che definisce disposizioni comuni per la repressione delle violazioni della proprietà intellettuale.

Durante l’ultima sessione di negoziazione tra gli stati che stipulano l’accordo  – Unione Europea, USA, Canada, Australia, Svizzera, Giappone, Corea del Sud, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore – sono state riviste molte delle parti del trattato che avevano suscitato la preoccupazione dei gruppi a sostegno della libertà in rete.

In primo luogo, è stata cancellata la prescrizione, voluta dai rappresentanti del governo degli Stati Uniti, che attribuiva ai provider di servizi la responsabilità di rimuovere qualsiasi contenuto segnalato come in violazione di diritto d’autore. Secondo questa norma, che ricalcava il Digital Millennium Copyright Act, il provider che non obbediva prontamente ad una richiesta di rimozione era da ritenersi corresponsabile della violazione perpetrata dagli utenti. Molti dei gruppi a favore della condivisione dei contenuti su internet hanno dimostrato soddisfazione per l’esclusione di questo passaggio, di cui rimane solo un’eco nell’invito alla cooperazione fra provider e detentori di diritti intellettuali.

Secondo l’attuale versione dell’ACTA, al provider rimane solo il dovere di consegnare i dati identificativi dei responsabili di sospette violazioni qualora i detentori di diritti abbiano presentato una richiesta alle autorità sufficientemente documentata.

Anche una seconda proposta ispirata al DMCA non è più presente nella nuova bozza del trattato. Si tratta del rafforzamento delle misure contro la diffusione di strumenti informatici creati per aggirare i sistemi di Digital Rights Management, le protezioni tecnologiche contro la pirateria. Nella penultima versione del documento erano prescritte sanzioni civili e penali per chiunque aggirasse i DRM. Ora le strategie di tutela delle protezioni tecnologiche sono lasciate alle diverse decisioni degli Stati membri.

Nel documento, inoltre, non si riscontrano norme che accolgano il suggerimento per l’adozione della regola dei three strikes – disconnessione forzata delle connessioni degli utenti che praticano download sospetti -  proposta da associazioni quali la RIAA (Record Industry Association of Amrica) e la MPAA (Motion Picture Association of America) attraverso i negoziatori del governo degli Stati Uniti.

Il trattato, che un anno fa è stato definito dall’amministrazione di Obama come “una questione di sicurezza nazionale“, risulta quindi epurato dagli aspetti più incisivi, in particolare voluti dagli Stati Uniti.

I gruppi per i diritti civili in rete hanno accolto la nuova versione dell’ACTA con sollievo. In un comunicato rilasciato da Public Knowledge, che ha sede a Washington, la co-fondatrice ha definito il documento come una vittoria, ma ha ricordato come la procedura segreta del negoziato, al quale hanno partecipato rappresentanti del governo e dell’industria, sia stata profondamente scorretta:

“Come abbiamo già detto in passato, questo non è un accordo commerciale nel senso tradizionale dei passati accordi commerciali. In tutto tranne che nel nome, è un accordo per controllare il trattamento della proprietà intellettuale. Come tale, avrebbe dovuto essere negoziato a porte aperte, all’interno di forum come quello del WIPO, World Intellectual Property Organization, soggetto ad un pieno dibattito del Congresso e ad una retificazione da parte del Senato”.

posted by admin on settembre 1, 2010

Diritto d'autore e copyright

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Non ha usato mezzi termini il segretario per il commercio USA, Gary Locke, quando lunedì ha definito la pirateria musicale come un furto puro e semplice, da trattare come tale.

Durante una conferenza sulla protezione delle proprietà intellettuale – non a caso tenuta a Nashville, la città della musica, simbolo della produzione country americana -  Locke ha espresso il punto di vista dell’amministrazione Obama sulla condivisione illegale, definita come una minaccia in crescita e un affronto all’industria musicale.

Il segretario del commercio ha annunciato la strategia del governo per contrastare il fenomeno. Di primaria importanza è considerata la cooperazione internazionale. Gli Stati Uniti stanno lavorando affinché vengano adottate  – ed effettivamente applicate – norme globali sulla proprietà intellettuale, oltre ad un rafforzamento del sistema internazionale sul copyright.

Anche il coinvolgimento dei fornitori di servizi è fondamentale. I content e i service provider sono invitati dal governo a collaborare nell’individuazione delle violazioni, specialmente quelle ripetute.

Il discorso di Locke segue di pochi giorni la dichiarazione del presidente della RIAA (Record Industry Association of America) secondo cui la legge sul copyright non sta funzionando per il fatto che gli ISP sono liberi di “chiudere un occhio” sulle attività illecite dei loro clienti. Da tempo l’industria cinematografica e musicale sta facendo pressioni al governo affinché sia introdotta la regola dei three strikes che attribuisce ai fornitori di connettività l’obbligo di sorveglianza.

pirate-ispIl Partito Pirata svedese ha annunciato il lancio di Pirate ISP, il nuovo servizio di fornitura  anonima di connettività ad internet che sarà presto disponibile per i cittadini svedesi.

Un’intervista di TorrentFreak a Gustav Nipe, studente di economia e membro del Partito Pirata, spiega che Pirate ISP sarà un provider in linea con i princìpi del partito, primo fra tutti il diritto alla privacy e all’anonimato. Gli utenti del servizio potranno navigare anonimamente in rete grazie al supporto operativo di ViaEuropa, la società nota per aver creato IPREDator anonimity service.

Il Beta test del nuovo fornitore di connettività è partito lunedì 19 Luglio nella città di Lund su un campione di 100 abitanti. Le previsioni di espansione per ora sono limitate alla conquista del 5% del mercato di Lund. Gustav Nipe, che è diventato CEO di Pirate ISP,  confida che presto il servizio possa estendersi in altre località svedesi. Nel frattempo si augura che l’iniziativa possa stimolare la competizione degli altri provider sul piano della privacy.

Durante la Hacknight Conference, Nipe ha anche annunciato che il Pirate ISP non permetterà al governo il monitoraggio degli utenti. Per impedirlo, il servizio non archivierà i log di accesso.

Naturalmente l’idea non piace a Henrik Pontén dell’autorità anti-pirateria svedese, che ha tagliato corto: “Quando la polizia busserà alla loro porta, saranno costretti a rilasciare le informazioni“.

Tuttavia, se davvero il Pirate ISP non registrerà alcun log, la questione potrebbe farsi più complessa.