Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Il 22 luglio 2017 il Sole 24 Ore ha pubblicato un’analisi di Giusella Finocchiaro e Max Bergami sulle implicazioni in materia di responsabilità sulla sicurezza in capo alle imprese introdotte dal nuovo regolamento europeo sulla privacy.

La protezione dei dati personali basata sulla valutazione del rischio e sui concetti di «Privacy by design and by default» è ora legge. È quanto prescrive il cosiddetto Gdpr (General data protection regulation) cioè il nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali (n. 679/2016) che sarà applicato da tutti gli stati membri dell’Unione europea a partire dal 25 maggio 2018.

A differenza delle direttive, i regolamenti non richiedono provvedimenti legislativi da parte degli stati membri. Le infrazioni saranno sanzionate pesantemente, potendo raggiungere ammende fino a 20 milioni di euro o fino al 4 per cento del fatturato annuale. Si tratta di una rivoluzione di grande portata perché ribalta completamente l’approccio alla sicurezza rispetto alla normativa attuale. Il Gdpr non prescrive quali siano le misure da adottare, dettando un elenco di adempimenti; al contrario, lascia all’impresa o all’ente titolare del trattamento, la valutazione dei rischi, del valore dei dati, della loro criticità e, dunque, la scelta delle misure di sicurezza da adottare per proteggerli; queste misure andranno poi sottoposte a un continuo monitoraggio.

La definizione di dati personali della direttiva è molto ampia e include «ogni informazione relativa a un individuo che riguardi la sua vita privata, professionale o pubblica. Può essere qualunque cosa, da un nome, una foto, un indirizzo email, informazioni bancarie, i post sui social network, le informazioni mediche a un indirizzo Ip di un computer».

Si tratta di una riforma che unifica le regole degli stati europei, superando inutili norme burocratiche, oggi diverse da paese a paese, la cui applicazione ha un costo stimato in circa 2,3 miliardi di euro all’anno. Le imprese e gli altri enti saranno ritenuti direttamente responsabili per la gestione dei dati. Tra i vantaggi, ogni organizzazione avrà relazioni con un’unica autorità nazionale per la protezione dei dati, nel paese in cui ha il centro dei propri interessi, anche per le attività svolte all’estero e per i dati riguardanti i cittadini degli altri paesi; si tratta di una norma che si applica anche ai soggetti extra-europei che operano nell’Unione europea.

Sostanzialmente viene rinforzato il concetto secondo cui i proprietari dei dati sono gli individui che possono in questo modo avere maggiore trasparenza e chiedere di trasferire i propri dati o di cancellarli più agevolmente.

A prima vista questo regolamento potrebbe esser visto come un inasprimento delle norme per le imprese, mentre in realtà rappresenta una grande semplificazione e soprattutto un’opportunità per strutturare meglio le proprie attività in questo settore e costruire solide relazioni di fiducia con i propri clienti. Forse non servirebbe neppure ricordare che la rapida diffusione delle tecnologie digitali, dalla manifattura ai servizi, dall’education alla sanità, dalla comunicazione alla mobilità, pone i dati in una posizione centrale nella società contemporanea. Così come è avvenuto per la globalizzazione, anche in questo caso non si tratta più di un dibattito ideologico tra chi è favorevole o contrario, ma semplicemente un fatto da affrontare con lungimiranza, senso etico e illuminato pragmatismo.

Il principio di «Privacy by design and by default» prevede che la tutela della privacy sia incorporata nella progettazione dei processi aziendali, considerando le implicazioni per l’utente non come fatto accessorio, ma a partire dalle modalità con cui vengono concepiti i servizi o le modalità di utilizzo dei prodotti. Le organizzazioni saranno chiamate ad analizzare i rischi, decidere come affrontarli mediante processi affidabili che dovranno poi essere implementati, presidiati e monitorati.

Evidentemente ci sarà molto lavoro da fare, ma soprattutto sarà necessario immaginare un nuovo approccio interdisciplinare che riesca a coniugare competenze di business, organizzative, tecnologiche e giuridiche. Si tratta di una sfida per le imprese, per le pubbliche amministrazioni e per le organizzazioni no profit, soprattutto per quelle che non hanno per Dna una cultura avanzata della sicurezza. Infatti, questa attività non potrà coinvolgere solo chi si occupa di Ict, legale e compliance, ma anche chi gestisce il core business.

Per quanto la normativa europea possa introdurre elementi nuovi, gli operatori di grandi dimensioni sono tendenzialmente più attrezzati, mentre quelli di dimensioni medie o piccole si troveranno generalmente di fronte a nuove attività che potrebbero però consentire anche il perseguimento di un nuovo vantaggio competitivo, nella misura in cui non saranno viste come adempimenti, ma come modalità di consolidamento organizzativo e potenziamento della propria posizione sul mercato.

Servono nuovi percorsi formativi che consentano di affrontare questo tema in modo rotondo e offrano anche la possibilità di apprendere dal confronto con esperienze diverse. In questa prospettiva, sono particolarmente efficaci i percorsi anticonvenzionali e collaborativi che aiutino a rinforzare la competitività del sistema produttivo, in modo che intelligenza artificiale e intelligenza umana facciano squadra per migliorare la società contemporanea.

Vi proponiamo qui l’articolo di Giusella Finocchiaro e Laura Greco, pubblicato su ICT4Executive il 10 luglio 2017.

Il Regolamento europeo sulla privacy (General Data Protection Regulation) che entrerà in vigore l’anno prossimo introduce la possibilità per il responsabile del trattamento di nominare un altro responsabile in caso di relazioni contrattuali “multilivello” sottostanti al trattamento di dati personali.

25 maggio 2018: data in cui sarà direttamente applicabile il Regolamento europeo n. 2016/679 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, ormai comunemente noto come “GDPR” (General Data Protection Regulation).

Concepito nel contesto di una realtà ove condivisione e interconnessione sono i nuovi pilastri fondanti del modello di scambio delle informazioni, il Regolamento non poteva che – tra le altre innovazioni – recepire anche i mutamenti connessi alla crescente tendenza alla differenziazione organizzativa. In altre parole, lo sviluppo di catene di prestazioni di servizi e il ricorso al subappalto o all’esternalizzazione delle attività portano al coinvolgimento di più soggetti e alla creazione di molteplici relazioni. Il Regolamento ha dunque colto la complessità delle relazioni contrattuali “multilivello” sottostanti al trattamento di dati personali, introducendo l’inedita figura del sub-responsabile. Il legislatore europeo prevede così la possibilità per il responsabile del trattamento di nominare un altro responsabile “previa autorizzazione scritta, specifica o generale, del titolare”.

Un potere da sempre proprio del titolare (la designazione dei responsabili) diventa oggetto di possibile delega, a conferma di una nuova ripartizione delle responsabilità prevista dal Regolamento. Il titolare mantiene però il potere di opporsi alle modifiche riguardanti l’aggiunta o la sostituzione di altri responsabili del trattamento ad opera del responsabile iniziale. A tal fine, il Regolamento stabilisce un rilevante onere informativo a carico di quest’ultimo che sarà quindi tenuto a comunicare adeguatamente al titolare le eventuali modifiche.

Se la fonte dell’investitura formale (cioè della designazione) muta, resta invece invariato il rapporto di subordinazione nei confronti del titolare. Il sub-responsabile risulterà infatti legato al titolare e al trattamento da un contratto o da un altro atto giuridico, che riprodurrà gli obblighi contenuti nell’atto di designazione con cui il titolare ha nominato a suo tempo il responsabile iniziale. Il sub-responsabile dovrà quindi eseguire le attività e le operazioni di trattamento per conto del titolare, nonché agire in via strumentale rispetto alle finalità dal medesimo determinate.

Tuttavia, analogo rapporto gerarchico potrebbe rilevarsi anche nei confronti del responsabile iniziale: a norma del Regolamento, questi dovrà infatti rispondere al titolare dell’eventuale inadempimento del sub-responsabile. Dunque, il Regolamento pone indirettamente a carico del responsabile iniziale una responsabilità per culpa in eligendo e per culpa in vigilando che legittimano implicitamente la possibilità per quest’ultimo di impartire istruzioni al sub-responsabile, purché conformi a quelle del titolare e strumentali alle finalità di trattamento.

In conclusione, il Regolamento ha introdotto un’ipotesi di designazione diretta tra responsabili la cui attuazione non tarderà a rivelare la propria efficacia. D’altronde le relazioni fattuali della società contemporanea risentivano da tempo di una normativa lacunosa che non riconosceva sulla carta ciò che ormai era prassi comune. Tuttavia, l’opera di adeguamento non pare ancora conclusa: occorre implementare il riconosciuto schema relazionale tra responsabili in tutti i contesti del trattamento dei dati personali. In ambito di flusso transfrontaliero di dati, ad esempio, è auspicabile che le ipotesi di trasferimento di dati all’estero tra responsabile e sub-responsabile vengano normativamente regolate o, perlomeno, che possano essere impiegate anche in tale contesto clausole contrattuali standard, analoghe a quelle già previste per le ipotesi di trasferimento di dati tra titolare e responsabile.

Giusella Finocchiaro

Laura Greco

Google ha annunciato che il servizio Gmail cesserà di scandagliare i contenuti delle email degli utenti per proporre inserzioni pubblicitarie mirate, come faceva ormai da molti anni.

Finalmente gli utilizzatori di Gmail nella sua versione gratuita godranno dello stesso livello di privacy assicurato dalla versione business e le parole contenute nelle loro email non saranno più oggetto di automatizzazione pubblicitaria. Questo è quanto comunicato da Google nel suo blog. D’ora in avanti la modalità della pubblicità visualizzata si baserà sulle preferenze dichiarate dagli utenti nelle impostazioni della casella elettronica, che ora includono il comando che disabilita la “ads personalization”.

Attualmente. Gmail è il più grande provider email del mondo e conta oltre 1 miliardo e 200 milioni di utenti.

Ogni utente ha la possibilità di controllare le informazioni che condivide con Big G attraverso la pagina myaccount.google.com.

Si parla sempre di più del cosiddetto GDPR (General Data Protection Regulation) cioè del nuovo Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, n. 679/2016, applicabile dal 25 maggio 2018.

Poco si dice, però, sul nuovo approccio alla sicurezza che viene sostanzialmente ribaltato. Il nuovo regolamento non prescrive le misure da adottare, dettandone l’elenco. Al contrario, lascia al titolare del trattamento la valutazione dei rischi, del valore dei dati, della loro criticità e la scelta delle misure di sicurezza da adottare.

Scelta che poi va sottoposta a continuo monitoraggio.

Occorre, dunque, effettuare un’analisi dei flussi informativi e una valutazione dei rischi che incombono su di essi, per decidere poi quali misure adottare.

Dunque, analisi, scelta, proceduralizzazione, implementazione, monitoraggio e presidio.

Non istruzioni dettate dalla norma, ma autovalutazione e gestione. E ovviamente documentazione precisa delle scelte, motivate, e del processo.

Un approccio nuovo basato sulla accountability, che richiede necessariamente competenze integrate: tecnologiche, organizzative e giuridiche.

L’Autorità Antitrust, l’Autorità per le Garanzie e nelle Comunicazioni e l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali hanno avviato, in data 30 maggio 2017, un’indagine conoscitiva congiunta riguardante l’individuazione di eventuali criticità connesse all’uso dei cosiddetti big data e la definizione di un quadro di regole in grado di promuovere e tutelare la protezione dei dati personali, la concorrenza dei mercati dell’economia digitale, la tutela del consumatore, nonché i profili di promozione del pluralismo nell’ecosistema digitale.

Li chiamano Big data e, come suggerisce il nome, si tratta di una gigantesca raccolta di dati così estesa in termini di volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l’estrazione di valore. Sono informazioni variegate che possono provenire da fonti eterogenee, non soltanto database, ma anche dati non strutturati, come immagini, email, coordinate GPS, informazioni prese dai social network.La mole di dati di cui si parla è dell’ordine degli Zettabyte, ovvero miliardi di Terabyte. Il loro trattamento richiede una potenza di calcolo parallelo e massivo con strumenti dedicati eseguiti su una moltitudine di server che lavorano in contemporanea.

I risultati delle analisi di big data hanno un alto valore economico e rappresentano un notevole patrimonio informativo. La raccolta delle informazioni e la loro gestione rivestono un ruolo strategico per le imprese, in particolare per le piattaforme online che fornendo servizi gratuiti ricorrono sempre più spesso alle informazioni a carattere personale con l’obiettivo di creare nuove forme di valore.

L’utilizzo di queste informazioni comporta tuttavia rischi per la tutela della riservatezza delle persone anche nel caso la raccolta non comprenda dati personali dal momento che, grazie alle nuove tecnologie e alle tecniche di analisi, risulta possibile “re-identificare” un individuo attraverso l’elaborazione ed interconnessione di informazioni apparentemente anonime. La potenzialità dei big data può quindi tradursi in profilazioni sempre più puntuali ed analitiche, con il rischio di nuove forme di discriminazione per le persone e, più in generale, di possibili restrizioni delle libertà.

Dato il significativo e crescente ruolo svolto dai big data sulla concorrenza dei mercati e sul pluralismo dell’informazione, le Autorità intendono analizzare se, e al ricorrere di quali condizioni, i big data possano tradursi in barriere all’entrata nei mercati o favorire comportamenti restrittivi della concorrenza tali da ostacolare lo sviluppo e il progresso tecnologico nonché ledere il diritto alla protezione dei dati delle persone coinvolte. L’analisi si concentrerà sull’impatto delle piattaforme e dei relativi algoritmi sulle dinamiche competitive nei mercati digitali, sulla tutela della privacy e della capacità di scelta dei consumatori e sulla promozione del pluralismo informativo. Ciò anche al fine di verificare gli effetti sull’ecosistema digitale dell’aggregazione di informazioni e dell’accessibilità ai big data ottenuti attraverso forme non negoziate di profilazione dell’utenza.

La delibera AGCM dell’avvio dell’indagine è consultabile QUI.

La Guida traccia un quadro generale delle principali innovazioni introdotte dal Regolamento e fornisce indicazioni utili sulle prassi da seguire e gli adempimenti da attuare per dare corretta applicazione alla normativa in materia di protezione dei dati personali.

Il Regolamento UE 2016/679, già in vigore dal 24 maggio 2016, sarà pienamente efficace dal 25 maggio 2018. La Guida vuole essere un primo “strumento” di ausilio ai soggetti pubblici e alle imprese che stanno affrontando il passaggio alla nuova normativa privacy e vuole contribuire a diffondere la consapevolezza sulle garanzie rafforzate e sui nuovi diritti che il Regolamento riconosce alle persone.

Il testo della Guida è articolato in 6 sezioni che illustrano in modo semplice e diretto cosa cambierà e cosa rimarrà immutato rispetto all’attuale disciplina del trattamento dei dati personali, aggiungendo raccomandazioni pratiche per una corretta implementazione delle nuove disposizioni introdotte dal Regolamento. Il testo potrà subire modifiche e integrazioni, allo scopo di offrire sempre nuovi contenuti e garantire un adeguamento costante all’evoluzione della prassi interpretativa e applicativa della normativa.

La guida è disponibile sul sito del Garante in formato ipertestuale navigabile.

Quotidiano Nazionale, testata che riunisce Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, il 15 aprile 2017 ha pubblicato un commento a cura di Giusella Finocchiaro sul tema della privacy e dei minori.

Sono valide le iscrizioni a Facebook (e in generale ad un social network) di bambini e adolescenti? Se per concludere un contratto è necessario essere maggiorenni, perché non occorre esserlo per iscriversi ad un social? Insomma: quanti anni occorre avere per prestare un valido consenso al trattamento dei dati personali? Secondo Facebook tredici, secondo la legge italiana diciotto.

E allora come si spiega la presenza di così tanti bambini e adolescenti italiani sui social? Semplice: secondo la maggior parte dei contratti di iscrizione, non vale la legge italiana, ma quella del social network e quindi per Facebook quella degli Stati Uniti e della California.

Quale legge prevale? È il più classico dei problemi giuridici su Internet: quello della determinazione della legge applicabile e della giurisdizione. Il nuovo Regolamento europeo 679/2016 sul trattamento dei dati personali, che costituisce una nuova disciplina europea sulla privacy, direttamente applicabile dal maggio 2018, lo risolve con un parziale compromesso. Prevede che prevalga il diritto europeo e che bastino 16 anni (ma i singoli Stati membri possono stabilire un’età inferiore, purchè non al di sotto dei 13 anni). Se il minore ha un’età inferiore ai 16 anni, il consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.

Secondo recenti sentenze italiane su casi analoghi (pubblicazioni di foto dei propri figli sui social), in questo caso occorrerebbe il consenso di entrambi i genitori. È evidente che non sarà molto difficile eludere questa norma. Ma, come prevede il Regolamento europeo, è il social che deve controllare, utilizzando la tecnologia disponibile.

Il Quotidiano Nazionale, testata che riunisce Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, il 10 aprile 2017 ha pubblicato oggi un’intervista a Giusella Finocchiaro sul tema della privacy e delle telefonate commerciali.

Il Registro delle opposizioni è stato un tentativo, ma non funziona. Per difenderci abbiamo tre strade giudiziarie. La segnalazione al Garante privacy, la denuncia penale o quella civile.

L’illecito trattamento dei dati è punito dal Codice Privacy con la reclusione dai sei ai diciotto mesi. Si arriva a 24 mesi quando ci sono di mezzo comunicazione e diffusione. Nei casi più gravi, per esempio in caso di violazione delle disposizioni sulle informazioni sensibili, è prevista la reclusione da uno a tre anni.

Il Garante fa un’istruttoria e commina una multa. Il problema è che è oberato di lavoro, i tempi non sono rapidi. Anche se le sanzioni erogate sono state parecchie. Il Garante può anche chiedere una tutela penale per il cittadino. Poi c’è la via civile: se il cittadino riceve disturbi, può chiedere il risarcimento. Alcune decisioni hanno riconosciuto un danno perché era stata turbata la vita di una persona.

Purtroppo per diventare vittime di violazioni della nostra privacy basta stipulare un qualunque contratto. Dovrebbero chiederci un consenso specifico per usare il nostro nome a fini di marketing. Supponiamo di comprare un bene su Internet. per la consegna a casa devo dare indirizzo e email. Sono informazioni necessarie, per legge non dovrebbero nemmeno chiedere il consenso privacy. Ma magari il fornitore vuole usare i miei dati anche per informarmi di altre offerte. Qui il consenso diventa necessario. Ma alcuni pensano che essere poco corretti sia vantaggioso e chiedono un unico sì per fare la consegna prima e il marketing poi. Di solito è scritto tra le righe dell’informativa privacy, ma nessuno la legge, è per addetti ai lavori. Questa cattiva pratica è abbastanza diffusa. Non sono così tanti quelli che si fanno un vanto di seguire le regole.

Ovviamente c’è una strada legale. Ci danno tutte le informazioni corrette, ci chiedono se siamo disponibili affinché i nostri dati vengano usati per fini di marketing. A questo punto le informazioni girano, e non è detto che lo facciano gratuitamente. Nomi numeri e abitudini commerciali hanno un valore. Sono frammenti della nostra personalità ma anche beni economicamente rilevanti. E passano magari da una società all’altra.

Il punto di partenza della violazione è comunque sempre un consenso che non c’è o è mischiato. Poi le liste continuano a viaggiare. I rimedi per opporsi sulla carta ci sono, lo abbiamo verificato. Il problema è che sono parzialmente efficaci. E su internet si vedono anche identità digitali complete.


Anche se pubblicati con una modalità di privacy “elevata”,  i post su Facebook non possono essere ritenuti riservati ai soli “amici” pertanto, soprattutto per quanto riguarda le informazioni su minori, l’attenzione deve essere massima.

Con un recente provvedimento il Garante privacy ha ordinato a una donna di rimuovere dal proprio profilo Facebook due sentenze sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, che la donna aveva pubblicato in seguito alla sua separazione dal marito.L’Autorità è intervenuta su segnalazione dell’ex marito che lamentava una violazione del diritto alla riservatezza della figlia, citata nelle sentenze.

Il Garante ha effettivamente ritenuto che la divulgazione dei provvedimenti giurisdizionali in questione fosse incompatibile con quanto stabilito dal Codice privacy. Il Codice vieta infatti la pubblicazione “con qualsiasi mezzo” di notizie che consentano l’identificazione di un minore coinvolto in procedimenti giudiziari, nonché la diffusione di informazioni che possano rendere identificabili, anche indirettamente, i minori coinvolti.

Nel caso specifico, il Garante ha rilevato che le sentenze consentono di rendere identificabile la bambina nella cerchia di persone che condividono le informazioni “postate” dalla madre sul proprio profilo e contengono dettagli molto delicati, anche inerenti alla sfera sessuale, al vissuto familiare e a disagi personali della piccola.

L’Authority ha inoltre ritenuto che la violazione di diritti della persona, in questo caso per giunta minore di età, è aggravata dall’estrema pervasività della divulgazione su Internet. Il fatto che il post pubblicato sul profilo fosse accessibile ad una ristretta cerchia di ”amici” non può essere garanzia di riservatezza perché il profilo è facilmente modificabile, da “chiuso” ad “aperto”, in ogni momento da parte dell’utente. A questa eventualità si aggiunge quella in cui un “amico” condivida il post sulla propria pagina, rendendolo visibile ad altri iscritti “determinando così una possibile conoscibilità “dinamica”, più o meno ampia, del contenuto che può estendersi potenzialmente a tutti gli iscritti a Facebook”.

Il provvedimento ha disposto quindi la rimozione delle sentenze pubblicati dalla madre.

Recentemente la Corte di Cassazione si è trovata ad affrontare il tema della qualificazione della causale di bonifico come dato sensibile ove indichi indennizzi elargiti per malattia o invalidità, esplicitati della dicitura “assegno ex l. 210/1992”, legge che riconosce le indennità a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di sangue o, in caso di decesso, in favore dei congiunti delle vittime.

Sul punto i giudici della Suprema Corte si sono espressi a più riprese con orientamenti contrastanti. In tutti i casi esaminati la questione concerneva i rapporti tra la Regione, erogatrice dell’indennizzo e ordinatrice del bonifico, e la banca del soggetto menomato o contagiato, ricevente il bonifico per conto del suo correntista.

Nella prima pronuncia risalente al 2014 (sentenza del 19 maggio 2014, n. 10947), la Corte ha ritenuto la causale di bonifico recante i menzionati riferimenti legislativi alla stregua di un dato sensibile, evidenziando l’illecito trattamento dei dati da parte della Regione e della banca posto che nel diffondere e conservare tali dati non avevano adottato idonee tecniche di cifratura o numeri di codici non identificabili, come prescritto dall’art. 22, 6° comma del Codice in materia di protezione dei dati personali.

Nella seconda pronuncia – più articolata della precedente – (sentenza del 20 maggio 2015, n. 10280) i giudici supremi hanno ribaltato l’orientamento seguendo un iter decisionale del tutto opposto. In primo luogo, hanno negato alla causale di bonifico così compilata la natura di dato sensibile, rilevando come la legge a cui si faceva riferimento prevedeva che beneficiari dell’indennizzo potessero essere, alternativamente, i soggetti direttamente colpiti o anche i loro familiari. Dal momento che l’elargizione dell’assegno non dipendeva dalla malattia del soggetto che materialmente riceveva il bonifico, i giudici concludevano che l’informazione non fosse sufficiente a rivelare lo stato di salute del beneficiario e, dunque, non fosse dato sensibile.

In secondo luogo, secondo la Corte di Cassazione, non poteva parlarsi di “diffusione” di dati da parte della Regione alla banca giacché tale – a norma dell’art. 4, lett. m) del Codice – può considerarsi solo la comunicazione a soggetti indeterminati, mentre nel caso di specie la comunicazione avveniva solo nei confronti della banca del correntista beneficiario dell’indennizzo.

I giudici hanno poi rilevato che il riferimento all’art. 22, 6° comma del Codice Privacy era privo di fondamento posto che, come correttamente riportato, l’adozione di tecniche di cifratura risulta applicabile solo a casi specifici ove i dati provengano da elenchi o registri e la finalità sia quella di gestione ed interrogazione degli stessi. Neppure la banca poteva essere considerata onerata dell’adozione di tali misure per tre ragioni: la disposizione in oggetto si applicava ai soli soggetti pubblici; in capo ai soggetti privati sorgeva l’obbligo di cifratura solo per i dati idonei a rivelare lo stato di salute e se trattati con strumenti elettronici, condizioni entrambi assenti nel caso di specie; la comunicazione al proprio cliente di dati personali riguardanti esso stesso non costituiva trattamento.

Secondo la Cassazione, infine, la banca operava come rappresentante del correntista che riceveva il pagamento della Regione per conto di quest’ultimo: l’imputazione del pagamento dunque valeva come compiuta dal debitore (Regione) direttamente al creditore (beneficiario dell’assegno).

La Suprema Corte ha così ritenuto legittime le condotte della Regione e della banca, non ravvisando alcun trattamento illecito di dati personali.

Il tema è tornato recentemente all’attenzione della Prima sezione civile della Corte di Cassazione, la quale con due ordinanze interlocutorie (rispettivamente nn. 3455 e 3456 depositate il 9 febbraio 2017) ha demandato alle Sezioni Unite il compito di sanare il contrasto giurisprudenziale in oggetto. In tale occasione, senza aderire all’uno o all’altro orientamento, la Cassazione si è solo espressa circa la qualificazione dell’indicazione dei riferimenti normativi nella causale del bonifico come “dato sensibile”, precisando che, sebbene il pagamento possa avvenire tanto nei confronti dei congiunti quanto del soggetto contagiato o menomato, solo verso quest’ultimo il pagamento sarebbe corrisposto in rate (mentre ai congiunti sarebbe corrisposta una somma una tantum). Tale forma di pagamento sarebbe dunque idonea a identificare inequivocabilmente il soggetto destinatario del pagamento come vittima di contagio o menomazione e, per tale motivo, l’indicazione del pagamento dei ratei costituirebbe dato sensibile.

Si rimane dunque in attesa di conoscere come le Sezioni Unite risolveranno il contrasto giurisprudenziale appena descritto e, in particolare, se daranno un’interpretazione estensiva o restrittiva al concetto di dato sensibile.