Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on maggio 29, 2014

Diritto all'oblio

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Google ha presentato un nuovo strumento per il “diritto all’oblio”, grazie al quale gli utenti potranno chiedere la cancellazione di alcuni risultati associati al loro nome.

In seguito alla recente decisione della Corte di giustizia dell’Unione Europea che ha stabilito che gli utenti possono chiedere ai motori di ricerca di rimuovere risultati collegati al loro nome, Google ha pubblicato un nuovo strumento per richiedere la rimozione dei contenuti.

Riportando le indicazioni contenute nella sentenza, Google annuncia che la richiesta  di rimozione può essere inoltrata da qualunque cittadino ritenga che le informazioni nei risultati associati ad una ricerca del suo nome possano essere inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati.

“Durante l’implementazione di questa decisione”, avverte la società sulla pagina web del form “valuteremo ogni singola richiesta e cercheremo di bilanciare i diritti sulla privacy della persona con il diritto di tutti di conoscere e distribuire le informazioni. Durante la valutazione della richiesta stabiliremo se i risultati includono informazioni obsolete sull’utente e se le informazioni sono di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali.”

Il CEO di Google, Larry Page, ha espresso al Financial Times la sua preoccupazione per la decisione della Corte Europea sottolineando come la sentenza rischia di danneggiare la prossima generazione di start-up digitali e rafforza l’azione repressiva dei governi che tentano di limitare la libera circolazione delle informazioni in rete.

La compagnia ha anche annunciato che sta lavorando alla formazione di un comitato di esperti che possano fornire una consulenza su come gestire la nuova funzione dedicata al diritto all’oblio.

1. Che cos’è il diritto all’oblio?

Esistono tante definizioni. Il diritto all’oblio è, come delineato nella decisione della Corte di Giustizia del 13 maggio scorso, “il diritto [della persona] a opporsi all’indicizzazione dei propri dati personali ad opera del motore di ricerca, qualora la diffusione di tali dati tramite quest’ultimo le arrechi pregiudizio”, in particolare, “qualora i dati risultino inadeguati, non siano o non siano più pertinenti”.

2. Cosa non è il diritto all’oblio?

a) Non è la revoca del consenso al trattamento dei dati personali (consenso comunemente detto “consenso privacy” o “liberatoria”). Il consenso è sempre revocabile ma la revoca non ha effetto retroattivo. In altri termini, se ieri ho dato un consenso e oggi lo revoco, non dovranno essere cancellati i dati già trattati.

b) Non è il diritto a fare cancellare i dati che ci riguardano tout court. Il diritto alla cancellazione dei dati esiste nei limiti previsti dalla legge.

3. Esiste in tutto il mondo?

No. È un diritto tutto europeo (originariamente, francese e italiano) che non esiste negli Stati Uniti e in altri Paesi. Viene tradotto “right to be forgotten” ma fuori dall’Europa risulta anche difficile da capire.

4. Contro chi può essere fatto valere? In altri termini, a chi ci si deve rivolgere?

O al motore di ricerca, ad esempio a Google, e questa è la novità della sentenza. Oppure a chi ha pubblicato l’informazione, ad esempio, al sito, al blog, al giornale on line che ha pubblicato l’informazione.

5. Occorre che l’informazione sia falsa o illecita per fare rimuovere il link?

No. Se è falsa o illecita può configurarsi anche il reato di diffamazione. Ma se l’informazione è stata pubblicata lecitamente e non è più, come dice la Corte, “adeguata o pertinente”, può essere ugualmente fatto valere il diritto all’oblio.

6. Cosa si deve dimostrare?

Che “i dati risultano inadeguati, non sono o non sono più pertinenti” o che sono pubblicati in violazione di legge.

7. Posso fare cancellare tutto quello che non mi piace?

No. Vedi punto 6.

8. Chi decide sulla rimozione dei dati?

Il soggetto cui è rivolta, cioè per esempio Google. Poi, se questi respinge la richiesta, il Garante per la protezione dei dati personali o il giudice.

9. Si può richiedere anche il risarcimento dei danni?

Sì, ma occorre fornire la prova del danno subito.

10. Esisteva questo diritto in Italia o è stato creato dalla sentenza del 13 maggio?

Esisteva già, e anzi era meglio formulato. Vedere ad esempio la decisione della Corte di cassazione del 5 aprile 2012.

La novità della decisione della Corte di Giustizia è che lo estende anche a Google.

posted by Giusella Finocchiaro on maggio 23, 2014

Miscellanee

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Vi proponiamo qui l’editoriale di Giusella Finocchiaro, apparso il 22 maggio 2014 sulla rivista Giustizia Civile (giustiziacivile.com).

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014 è destinata a divenire un leading case.

Si afferma che l’interessato, il cui nome sia collegato ad un’informazione pubblicata su un sito web, ha diritto di richiedere, anche direttamente al motore di ricerca, che il link sia soppresso. Tale diritto può essere fatto valere anche nel caso in cui l’informazione permanga sul sito web che l’ha pubblicata o nel caso in cui l’informazione sia stata e sia lecitamente pubblicata sul sito web di provenienza.

Si tratta di una decisione che investe trasversalmente molteplici tematiche: diritto alla protezione dei dati personali e diritto all’identità personale, responsabilità del motore di ricerca, e soprattutto limiti e contenuto del c.d. “diritto all’oblio”.

I principi di diritto affermati nella decisione sono tre.

In primo luogo, si afferma che si applica la legge nazionale del Paese nel quale il motore di ricerca opera, esercitando altre attività, quali la promozione e la vendita degli spazi pubblicitari. Si tratta di un’importante conferma di un criterio applicato anche dalla nostra giurisprudenza, ad esempio nel caso Google-Vividown. Su Internet, dove non esistono i confini nazionali, si afferma così un criterio di collegamento al diritto nazionale, e soprattutto, al diritto nazionale di un Paese europeo.

In secondo luogo, che Google, e in generale i motori di ricerca, sono “titolari del trattamento” e pertanto che l’interessato, cioè il soggetto al quale l’informazione si riferisce, ha il diritto di richiedere che sia rimossa l’indicizzazione direttamente al motore di ricerca, a prescindere da ogni richiesta al gestore del sito web che ha pubblicato l’informazione, anche nel caso in cui l’informazione sia stata e sia legittimamente pubblicata sul sito web.

In terzo luogo, che l’interessato “ha diritto a che l’informazione riguardante la sua persona non venga più collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome” e che “nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato”.

In estrema sintesi: l’interessato ha il diritto a richiedere (a Google) che un’informazione, risultato di una ricerca sul motore di ricerca Google, non sia più collegata al suo nome.

La decisione è interpretativa degli artt. 12 e 14 della direttiva 95/46 e dunque il legal reasoning si svolge tutto nell’ambito del diritto alla protezione dei dati personali.

Ma mantenere esclusivamente questa prospettiva sarebbe limitativo.

Il tema sotteso, ma che emerge prepotentemente, è quello della tutela dell’identità digitale o del diritto all’identità personale on line.

Lo scenario e la prospettiva non sono quelli del singolo dato personale relativo ad un evento determinato e reperibile tramite Google, bensì quelli della tutela della persona nella rete Internet, la quale oggi spesso viene percepita come un unico archivio, anche se non lo è, e costituisce una rilevante fonte informativa, spesso l’unica.

Dunque, non il dato, ma l’immagine della persona. Non il singolo archivio, ma la Rete.

È necessario, allora, ampliare la visuale e andare oltre i confini delimitati dettati dal considerare soltanto il dato personale.

La normativa sulla protezione dei dati personali è sovente letta limitatamente al solo dato personale, il quale non è che un frammento dell’identità. Ma per comprendere a pieno la problematica è necessaria una lettura più alta e più ampia, che abbia ad oggetto la tutela della persona e non solo del dato.

A cosa può mai servire tutelare i dati se non a tutelare la persona? I dati personali riferibili ad un soggetto costituiscono solo una delle sfaccettature che compongono il prisma dell’identità.

In questo senso è il dato normativo: l’art. 2 del Codice per la protezione dei dati personali italiano, nel quale si afferma che il testo unico garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento al diritto alla riservatezza, all’identità personale e alla protezione dei dati personali. In questo senso è la nostra giurisprudenza, con l’importante decisione della Corte di cassazione n. 5525 del 5 aprile 2012.

Certo si tratta di diritti in corso di definizione e di difficile delimitazione, dai mobili confini, che devono essere di volta in volta precisati e rielaborati.

Ogni soluzione passerà inevitabilmente per complessivo un processo di bilanciamento di diritti: il diritto di accesso ad Internet, che senza i motori di ricerca è fortemente depotenziato e il diritto alla libertà di espressione, che rende il diritto all’oblio assai arduo da comprendere per i nostri colleghi di oltreoceano.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato una procedura di consultazione pubblica sullo schema di provvedimento e sulle “Linee guida in tema di riconoscimento biometrico e firma grafometrica”, pubblicati  il 21 Maggio 2014 sul sito web dell’Autorità.

Con il nuovo provvedimento a carattere generale, l’Autorità definisce le misure per il trattamento di dati biometrici per scopi di autenticazione informatica, di controllo degli accessi e di sottoscrizione di documenti informatici, stabilendo i casi in cui non sarà necessario effettuare un interpello preventivo per l’adozione di tecnologie biometriche, inclusa la firma grafometrica per la sottoscrizione di documenti informatici.

I soggetti pubblici e privati che si atterranno ai limiti e alle misure di sicurezza definiti dal Garante potranno procedere direttamente nell’adozione di questi nuovi strumenti.

Per orientarsi tra le varie fattispecie di dati biometrici, l’Autorità ha messo a punto delle linee guida nelle quali vengono analizzati i tipi di trattamento biometrico esistenti, inclusi quelli per i quali permane l’obbligo delle verifica preliminare (lettura dell’iride o del tracciato venoso, riconoscimento facciale etc.). Per ciascuna di queste tipologie, le linee guida illustrano le modalità con cui possono essere trattati i dati e le specifiche misure di sicurezza, che vanno ad aggiungersi a quelle previste dal Codice Privacy.

Particolare attenzione è stata posta dal Garante alla messa in sicurezza dei dati raccolti attraverso apparecchi di rilevazione mobili – come portatili e tablet – che possono più facilmente essere compromessi o smarriti.

La consultazione pubblica ha l’obiettivo di raccogliere contributi, in particolare da parte di studiosi e ricercatori, produttori e sviluppatori di sistemi biometrici e di sistemi di firma grafometrica, e osservazioni di associazioni rappresentative di aziende e consumatori.

I contributi possono essere inviati, entro 30 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, all’indirizzo consultazione.biometria@gpdp.it.

posted by admin on maggio 21, 2014

Eventi

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L’intangibile interessa tutti i rami del diritto e solleva questioni di grande importanza, rinnovate in buona parte dallo sviluppo delle nuove tecnologie.

A questo tema sono dedicate le Giornate internazionali che si terranno dal 19 al 23 maggio 2014, a Barcellona e Madrid, organizzate dall’Association Henri Capitant des amis de la culture juridique française.

L’approfondimento di questo aspetto del diritto sarà presentato in modo originale e verterà su quattro pilastri: la proprietà e l’immateriale; il contratto e l’immateriale; la procedura e l’immateriale e l’immateriale e il diritto privato internazionale.

Giusella Finocchiaro è fra i relatori del convegno.

Per ulteriori informazioni, consultare la sezione dedicata alle Giornate Internazionali sul sito dell’Associazione.

Nel corso del convegno tenutosi oggi a Bologna sui contratti on line  (post disponibile QUI) l’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali ha annunciato la prossima pubblicazione on line del provvedimento generale sui dati biometrici, comprendente anche le disposizioni sulla firma grafometrica, per la consultazione pubblica.

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014 ha suscitato molti commenti e sollevato molte polemiche.

Sul tema, di rilievo per tutti i cittadini, ma indubbiamente caratterizzato da alcune asperità di natura tecnico-giuridica c’è un po’ di confusione. Cerchiamo di fare chiarezza.

I fatti alla base della decisione sono noti e riassunti nel post pubblicato QUI.

Veniamo dunque direttamente alle questioni di diritto e verifichiamo cosa è VERO e cosa è FALSO.

Quali sono i principi di diritto affermati nella sentenza?

1. Si applica la legge nazionale del paese nel quale il motore di ricerca opera. VERO.

In estrema sintesi: Google Spain opera in Spagna e in Spagna raccoglie pubblicità e quindi si applica nel caso di specie la legge sul trattamento dei dati spagnola. Non è una novità, dal momento che anche nel caso italiano Google-Vividown si era applicata la legge italiana, ma è un’affermazione importante. Nel mondo di Internet, dove i confini nazionali non esistono più ma si applicano ancora le leggi nazionali, quando c’è una controversia da risolvere il primo problema è proprio: quale legge nazionale si applica?

2. Google, e in generale i motori di ricerca, sono “titolari del trattamento” (nella versione italiana c’è scritto “responsabile del trattamento”, ma è il solito problema di traduzione). VERO.

In estrema sintesi: Google è responsabile per il fatto che rende le informazioni reperibili. La conseguenza è che ci si può rivolgere direttamente a Google per fare rimuovere un’indicizzazione ad un’informazione pubblicata da terzi, anche senza rivolgersi a chi l’ha pubblicata.

3. L’interessato, cioè il soggetto al quale l’informazione si riferisce, ha il diritto di chiedere che sia rimossa l’indicizzazione, prospettando la lesione. VERO.

Google valuterà se effettuare la rimozione. Il giudice avrà comunque l’ultima parola.

Cosa la sentenza non dice

1. Che esista un diritto a fare cancellare quello che non piace. Falso. Si può chiedere, ma non si ha diritto di ottenerlo…In altri termini: posso chiedere di fare cancellare una notizia su di me che non mi piace, ma Google mi risponderà di no e in giudizio perderò….

2. Che si debbano cancellare o modificare gli archivi dei giornali. Falso. Questo non è nella sentenza e tanto meno nella nostra giurisprudenza. Abbiamo già discusso questo tema.

3. Che si debba modificare il passato o la realtà storica . Falso. Questo non è nella sentenza e tanto meno nella nostra giurisprudenza

I contratti on line sono il tema principale della tavola rotonda che si terrà il 19 maggio 2014 dalle ore 15.30 alle ore 18.30 presso l’Aula Magna della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali “E. Redenti” di Bologna, in via Belmeloro 12.

L’evento sarà l’occasione per presentare e discutere  il volume “Diritto dell’Informatica”, Utet, 2014, con gli autori Giusella Finocchiaro, e Francesco Delfini. Il volume esamina tutti i variegati aspetti del diritto di internet: dall’atto pubblico informatico , che interessa in modo particolare i notai, ai contratti di fornitura e di licenza d’uso di software e dell’hardware, alle modalità di tutela del software e della proprietà intellettuale , ai profili di responsabilità civile e penale , agli aspetti di diritto tributario.

Il programma del convegno è disponibile QUI.

posted by Giulia Giapponesi on maggio 15, 2014

Miscellanee

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googleGli utenti della rete hanno il diritto di controllare i loro dati e possono chiedere ai motori di ricerca di rimuovere i risultati che li riguardano, questa la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea su una causa intrapresa da un cittadino spagnolo contro Google Spain.

Sostenendo il diritto degli utenti ad essere cancellati dal web, la Sentenza della Corte di Giustizia del 13 maggio 2014 ha stabilito che Google deve cancellare dai suoi risultati le informazioni “inadeguate, non pertinenti o non più pertinenti” qualora un cittadino lo richieda.

La Corte Europea era stata chiamata a pronunciarsi dall’Audiencia Nacional di Spagna, una corte nazionale, con specifiche competenze in materia penale, amministrativa e del lavoro. Il caso sottoposto riguarda il ricorso di Google Spain contro una decisione dell’Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) che, accogliendo la denuncia del sig. Mario Costeja González, ordinava a Google di rimuovere i dati personali segnalati dal cittadino e di impedirne in futuro l’accesso.

Il sig. Costeja González aveva presentato all’AEPD una segnalazione contro Google e contro la società editrice de La Vanguardia, quotidiano molto diffuso in Catalogna. Il reclamo era fondato sul fatto che digitando il nome “Costeja González” su Google venivano visualizzati link a due pagine del quotidiano, risalenti al 1998, sulle quali il suo nome veniva collegato ad un’asta di immobili relativa ad un pignoramento per riscossione coattiva di crediti previdenziali.

Dal momento che il processo di pignoramento era terminato e il debito era stato pagato, il sig. Costeja González sosteneva che la vicenda non dovesse più essere ricondotta al suo nome nei risultati del motore di ricerca.

Per quanto riguarda il coinvolgimento del quotidiano, l’AEPD aveva respinto il reclamo ritenendo che la pubblicazione da parte della società editrice delle informazioni in questione fosse legalmente giustificata, in quanto aveva avuto luogo su ordine del Ministero del Lavoro e degli Affari sociali e aveva avuto lo scopo di fare pubblicità alla vendita pubblica. L’Authority spagnola ha invece accolto il reclamo contro Google ritenendo che i motori di ricerca sono soggetti alla normativa in materia di protezione dei dati, dato che essi effettuano un trattamento di dati per il quale sono responsabili e agiscono quali intermediari della società dell’informazione.

Il giudice della Corte di Giustizia Europea, sostenendo la decisione del Garante Spagnolo, ha ritenuto che l’attività del motore di ricerca implichi un trattamento di dati, che si distingue da quello ad opera degli editori di siti web e persegue obiettivi diversi. Il motore di ricerca sarebbe quindi “responsabile” del trattamento dei dati, dal momento che determina le finalità e gli strumenti di tale trattamento, ai sensi dell’articolo 2, lettera b) della direttiva 95/46.

In relazione alla rimozione dei risultati, la Corte ha sancito che il motore di ricerca è obbligato a eliminare, dall’elenco di risultati di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, i link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.

“Infatti”, si legge nella sentenza, “l’inclusione nell’elenco di risultati di una pagina web e delle informazioni in essa contenute relative a questa persona, poiché facilita notevolmente l’accessibilità di tali informazioni a qualsiasi utente di Internet che effettui una ricerca sulla persona di cui trattasi e può svolgere un ruolo decisivo per la diffusione di dette informazioni, è idonea a costituire un’ingerenza più rilevante nel diritto fondamentale al rispetto della vita privata della persona interessata che non la pubblicazione da parte dell’editore della suddetta pagina web.”

Pertanto il giudice ha concluso che, nei casi riguardanti il diritto all’oblio, il richiedente la rimozione può sulla scorta dei suoi diritti fondamentali derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, chiedere che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico attravero i risultati del motore di ricerca.

Secondo la Corte, “i diritti fondamentali di cui sopra prevalgono, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico ad accedere all’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona.” Tuttavia, la Corte sottolinea che, in alcuni casi particolari, come nel caso di un personaggio pubblico, l’ingerenza nei diritti fondamentali può essere giustificata dall’interesse preponderante del pubblico ad avere accesso all’informazione.

La decisione della Corte di Giustizia Europea non ha mancato di suscitare molte critiche e commenti negativi sul web, a cominciare dalle dichiarazioni di Google. “Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale”, ha fatto sapere un portavoce di Mountain View. “Siamo molto sorpresi che differisca così drasticamente dall’opinione espressa dall’Advocate General Ue e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni”.

La sentenza è stata invece accolta positivamente da Viviane Reding, commissario europeo alla Giustizia: “È una chiara vittoria a favore della protezione dei dati personali dei cittadini europei, che conferma la necessità di portare le regole odierne sulla protezione dei dati dall’età della pietra ai giorni nostri, nel mondo moderno dei computer”.

Schermata 05-2456793 alle 21.45.20Il contratto telematico sarà al centro del convegno che si terrà il giorno 16 maggio 2014 dalle ore 15 alle ore 18 presso la Sala Napoleonica, Università degli Studi di Milano, via S. Antonio 10.

Il convegno è organizzato in occasione della pubblicazione del D. Lgs. 21 febbraio 2014, n. 21 che ha rinnovato il Codice del Consumo (artt. 45/67) con effetto da giugno 2014 in attuazione della direttiva 2011/83/UE.

Interverranno la Prof.ssa Giusella Finocchiaro dell’Università degli Studi di Bologna, il Prof. Francesco Delfini e la Prof.ssa Silvia Giudici dell’Università degli Studi di Milano, il Prof. Alberto Gambino dell’Università Europea di Roma.

Durante il convegno si discuterà il volume “Diritto dell’Informatica”, Utet, 2014, con gli autori Giusella Finocchiaro, e Francesco Delfini. Il volume esamina tutti i variegati aspetti del diritto di internet: dall’atto pubblico informatico , che interessa in modo particolare i notai, ai contratti di fornitura e di licenza d’uso di software e dell’hardware, alle modalità di tutela del software e della proprietà intellettuale , ai profili di responsabilità civile e penale , agli aspetti di diritto tributario.

Il programma del convegno è disponibile QUI.