Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea che gli indirizzi IP possono essere considerati come dati personali perché possono essere impiegati per individuare un utente attraverso il ricorso alle autorità o agli ISP provider.

La questione è stata posta nell’ambito di una controversia tra il sig. Patrick Breyer e la Bundesrepublik Deutschland (Repubblica federale di Germania) in merito alla registrazione e alla conservazione dell’indirizzo IP del sig. Breyer in occasione della consultazione di vari siti Internet dei servizi federali tedeschi.

Al fine di contrastare attacchi e identificare i «pirati informatici», nei siti governativi tedeschi gli accessi sono registrati e, al termine della sessione di consultazione, vengono memorizzati dati quali il nome del sito o del file consultato, le parole inserite nei campi di ricerca, la data e l’ora della consultazione, il volume dei dati trasferiti, il messaggio relativo all’esito della consultazione e l’indirizzo IP del computer a partire dal quale è stato effettuato l’accesso.

Il sig. Breyer si è rivolto ai giudici amministrativi tedeschi, chiedendo che alla Repubblica federale di Germania sia vietato conservare gli indirizzi IP. La richiesta è stata rigettata in primo grado ma il giudice di appello ha parzialmente accolto l’istanza condannando la Repubblica federale di Germania ad astenersi dal conservare gli indirizzi IP qualora essi vengano memorizzati unitamente alla data della sessione di consultazione e qualora gli utenti abbiano rivelato la propria identità durante la sessione, anche sotto forma di un indirizzo elettronico.

Secondo la Corte di appello tedesca, dunque, un indirizzo IP dinamico, associato alla data della consultazione, è da considerarsi un dato personale solo nel caso in cui l’utente abbia rivelato la propria identità durante la navigazione, mentre  se un utente non indica la propria identità durante una sessione di consultazione l’indirizzo IP non sarebbe un dato personale perché solamente l’Internet Service Provider può ricollegare l’indirizzo IP al nome di un abbonato.

Opponendosi alla decisione del giudice di appello si sono rivolti al Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia) sia la Repubblica federale di Germania che il sig. Breyer. Quest’ultimo puntava ad un accoglimento integrale della sua domanda inibitoria mentre lo Stato ne chiedeva il rigetto.

Il giudice del rinvio ha precisato che la qualificazione degli indirizzi IP come dati «personali» dipenderebbe dalla possibilità o meno di identificare l’utente e ha posto una controversia dottrinale riguardo alla scelta di un criterio «oggettivo» oppure di un criterio «relativo» per stabilire se una persona sia identificabile. Applicando un criterio «oggettivo», dati come gli indirizzi IP potrebbero essere considerati dati personali anche qualora solamente un terzo sia in grado di determinare l’identità della persona interessata, terzo che, in questo caso, sarebbe il fornitore di accesso a Internet. Secondo un criterio «relativo», invece, questi dati potrebbero essere qualificati come dati personali solo in relazione ad un particolare soggetto, come il fornitore di accesso a Internet, in grado di risalire alla precisa identificazione dell’utente. Di contro, non potrebbero essere considerati dati personali nei confronti di altri organismi, come i gestori di siti Internet, dato che questi non disporrebbero delle informazioni necessarie all’identificazione senza ricorrere a fonti esterne, tranne nel caso in cui l’utente non abbia rivelato la propria identità nel corso della navigazione.

La corte di Giustizia Europea ha innanzitutto rilevato che un indirizzo IP dinamico non costituisce un’informazione riferita a una «persona fisica identificata», dal momento che non rivela direttamente l’identità del proprietario del computer collegato a un sito Internet, né quella di un’altra persona che potrebbe utilizzare detto computer. Tuttavia, ha sottolineato la corte, dalla formulazione dell’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46 risulta che si considera identificabile una persona che può essere identificata non solo direttamente, ma anche indirettamente. Inoltre, il considerando 26 della direttiva 95/46 enuncia che, per determinare se una persona sia identificabile, è opportuno prendere in considerazione l’insieme dei mezzi che possono essere ragionevolmente utilizzati dal responsabile del trattamento o da altri per identificare detta persona.

Secondo la Corte, il fatto che le informazioni aggiuntive necessarie per identificare gli utenti non siano detenute direttamente dai gestori dei siti, ma dal fornitore di accesso a Internet, non pare sufficiente ad escludere che gli indirizzi IP dinamici possano essere considerati dati personali ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46. Infatti, occorre determinare se la possibilità di combinare un indirizzo IP dinamico con i nominativi detenuti dai fornitori di accesso a Internet costituisca un mezzo accessibile ai gestori di siti. Un’eventualità che non sarebbe ipotizzabile se l’identificazione della persona interessata fosse vietata dalla legge o praticamente irrealizzabile, per esempio a causa del fatto che implicherebbe uno dispendio di tempo, di costo e di manodopera.

Nonostante il diritto nazionale tedesco non consenta agli ISP di trasmettere direttamente le informazioni per identificare una persona a partire da un indirizzo IP, la Corte ha rilevato che esistono strumenti giuridici che consentono ai gestori di siti, in particolare in caso di attacchi cibernetici, di rivolgersi alle autorità affinché queste ottengano tali informazioni dal fornitore di accesso a Internet e per avviare procedimenti penali. Pertanto ne deriva che esistono mezzi che possono essere ragionevolmente utilizzati per identificare, con l’aiuto di altri soggetti, una persona sulla base del suo indirizzo IP.

La Corte di Giustizia Europea ha quindi stabilito che l’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46 dev’essere interpretato nel senso che un indirizzo IP dinamico registrato da un sito costituisce, nei confronti del gestore del sito, un dato personale, qualora detto fornitore disponga di mezzi giuridici che gli consentano di far identificare la persona interessata attraverso il ricorso all’Internet service provider dell’utente.

La sentenza della Corte di Giustizia è disponibile QUI.

Il 12 maggio 2016 l’Avvocato generale Campos Sànchez-Bordona ha presentato le sue conclusioni in merito ad una questione pregiudiziale sollevata, dinanzi alla Corte di giustizia europea, dalla Corte federale di giustizia tedesca (Bundesgerichtshof) riguardante, in particolar modo, la qualificazione degli indirizzi IP dinamici come dati personali ai sensi dell’art. 2, lett. a) della direttiva 95/46/CE, attualmente ancora normativa europea di riferimento in materia di trattamento dei dati personali.

Per ragioni di chiarezza, si precisa che un indirizzo IP (indirizzo di protocollo Internet) è una sequenze di numeri binari che, assegnata da un fornitore di accesso alla rete a un determinato dispositivo (es. computer), ne permette l’univoca identificazione e ne consente l’accesso alla rete di comunicazioni elettroniche. Si parla di “indirizzo IP dinamico” quando il fornitore di accesso alla rete assegna al dispositivo del cliente un indirizzo IP temporaneo per ciascun collegamento a Internet, modificandolo in occasione di successivi accessi alla Rete.

La controversia (causa C-582/2014) è nata dalla proposizione da parte del sig. Breyer di un’azione inibitoria contro la Repubblica federale di Germania a causa della memorizzazione, da parte dei siti istituzionali da questa gestiti, degli indirizzi IP associati al sistema host del sig. Beyer ogni volta che questi vi effettuava un accesso. A seguito del ricorso per Cassazione, la Corte federale di giustizia tedesca ha sollevato, tra le altre, una questione pregiudiziale in cui chiedeva se un indirizzo IP memorizzato da un fornitore di servizi in relazione ad un accesso al suo sito Internet costituisse per quest’ultimo un dato personale già nel momento in cui un terzo (nel caso di specie un fornitore di accesso alla rete) disponesse delle informazioni aggiuntive necessarie ai fini dell’identificazione della persona interessata.

In attesa della sentenza del giudice europeo, sembra interessante esaminare le conclusioni raggiunte dall’Avvocato generale. Prima di affrontare il merito della questione, l’Avvocato generale ne delimita l’ambito di analisi precisando che oggetto della questione sono esclusivamente gli “indirizzi IP dinamici”, non rientrando nell’analisi anche gli “indirizzi IP fissi o statici”, e che la valutazione che un indirizzo IP sia un dato personale deve inquadrarsi nelle specifiche circostanze della controversia (cioè quando soggetto conservatore è un fornitore di pagine web e soggetto terzo, che dispone di informazioni aggiuntive, è un fornitore di accesso alla rete). L’Avvocato generale entra poi nel cuore della questione. Innanzitutto viene chiarito che un indirizzo IP dinamico (che fornisce la data e l’ora di un collegamento) se associato ad altre informazioni consente indubbiamente l’identificazione indiretta del titolare del dispositivo utilizzato per l’accesso alla pagina web e debba quindi considerarsi un dato personale. Tali informazioni “aggiuntive” possono essere in possesso del medesimo soggetto che conosce l’indirizzo IP o possono essere in possesso di un terzo (nel caso di specie un fornitore di accesso alla rete). In secondo luogo l’Avvocato generale precisa che, per considerare un indirizzo IP quale dato personale, non è sufficiente la mera possibilità, in abstracto, di conoscere le informazioni aggiuntive in possesso di un soggetto terzo, ma è necessario che il fornitore di servizi possa “ragionevolmente” rivolgersi a quest’ultimo al fine di ottenere tali informazioni. Non sarà da considerarsi ragionevole il contatto che sia di fatto molto costoso in termini umani ed economici o praticamente irrealizzabile o vietato dalla legge. Nella fattispecie, essendo il terzo a cui si fa riferimento un fornitore di accesso alla rete, la possibilità del fornitore di servizi Internet di contattarlo e ottenere da lui la trasmissione delle informazioni aggiuntive risulta essere perfettamente “ragionevole”. L’Avvocato generale conclude quindi che, nello specifico caso così come inquadrato, l’indirizzo IP dinamico deve essere qualificato, ai fini dell’attività esercitata dal fornitore di servizi Internet, come dato personale.

Seguiranno aggiornamenti sull’esito della controversia.

Prof. Avv. Giusella Finocchiaro

Dott. Maria Chiara Meneghetti

Rojadirecta-calcio-streamingI giudici milanesi hanno imposto al fornitore di connessione l’inibizione all’accesso al sito di streaming illegale di eventi sportivi.

La decisione del Tribunale di Milano, giunge a seguito di un esposto inoltrato nel 2013 da Mediaset e Lega Calcio, che si era concluso con un ordine di sequestro del portale Rojadirecta. L’ordine obbligava gli Internet Service Provider italiani a rendere il sito irraggiungibile dai loro utenti, tramite inibizione dei DNS. L’attuale provvedimento si rivolge quindi solo a Fastweb, unico ISP a non aver dato seguito all’ingiunzione.

I giudici hanno ribadito l’ordine di sequestro fissando una penale di 30mila euro per ogni giorno di ritardo nell’attuazione del provvedimento. La decisione è stata recepita da Fastweb, che ha reso immediatamente irraggiungibile il sito it.rojadirecta.eu.

In una nota ufficiale, Mediaset ha sottolineato come “la decisione del Tribunale di Milano riveste una particolare rilevanza giurisprudenziale in tema di lotta alla pirateria”. Per l’azienda milanese la battaglia allo streaming illegale degli eventi sportivi sarebbe giunta a una importante svolta, grazie a un provvedimento preso nei confronti di “uno dei principali siti che viola sistematicamente il copyright delle gare di Serie A e Champions League”: la magistratura milanese ha infatti “vincolato l’azienda di tlc all’immediata rimozione di tutti i siti con nome “rojadirecta”, indipendentemente dal paese in cui sono registrati”.

La decisione  si trova in linea con i provvedimenti intrapresi nelle settimane scorse dall’Agcom, che sempre su segnalazione di Mediaset, aveva disposto la chiusura di alcuni siti specializzati nello streaming di “pirateria sportiva”.

posted by admin on febbraio 26, 2015

ISP, Responsabilità dei provider

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whatsappRitirata l’ordinanza che bloccava l’utilizzo dell’app in tutto il paese, ma per WhatsApp rimane l’obbligo di consegnare i messaggi degli utenti su richiesta delle autorità brasiliane.

Lo scorso 11 febbraio un giudice dello Stato di Piauì (nord del Brasile) aveva ordinato la sospensione del servizio di messaggistica istantanea in tutto lo stato Brasiliano.

La decisione era stata presa in seguito alla mancata collaborazione di WhatsApp su un’indagine relativa a un caso di pedofilia risalente al 2013. La compagnia americana aveva negato al nucleo investigativo della Polizia Civile di Piauí l’accesso alle informazioni contenute in messaggi scambiati da alcuni clienti del servizio sul territorio brasiliano.

A fonte del reiterato rifiuto di Whatsapp di fornire le informazioni richieste, il giudice Luiz de Moura Correia del Distretto di Teresina ha ordinato ai principali ISP mobili del Brasile di inibire l’accesso al servizio nei confronti di tutti i clienti sull’intero territorio nazionale.

L’opinione pubblica ha reagito duramente alla notizia, esprimendo critiche nei confronti del giudice e pubblicando contenuti satirici sui principali social network.

Le compagnie telefoniche hanno disposto un immediato ricorso e il 26 febbraio i giudici Raimundo Nonato da Costa Alencar e José Ribamar Oliveira, del Tribunale di giustizia di Piauí hanno annullato la sentenza del giudice Correia salvguardando il diritto all’utilizzo dell’App da parte degli utenti brasiliani.

Tuttavia, hanno fatto sapere i giudici, la decisione di annullare il blocco nazionale non esime WhatsApp dall’obbligo di fornire le informazioni richieste dalle autorità investigative brasiliane.

L’obbligo è sancito dal Marco Civil, la “costituzione di Internet” del Brasile, che dispone che tutti i servizi offerti su Internet ai cittadini brasiliani siano soggetti alla legge del paese.

Secondo un recente report, nel 2014 Whatsapp è stato il quarto applicativo mobile più usato in Brasile e ha veicolato il 13% del traffico mobile di tutto il paese.

Il caso Vividown vs. Google, considerato il più noto caso italiano in materia di diritto su Internet, si è concluso mercoledì con la notizia dell’assoluzione in Cassazione dei tre dirigenti di Google.

La Terza sezione penale della Corte di Cassazione confermando la sentenza d’appello, ha assolto David Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer, i tre manager di Google che nel 2010 erano stati condannati dalla sentenza di primo grado a sei mesi di carcere.

I fatti all’origine della vicenda giudiziaria risalgono al 2006 quando l’associazione Vividown (Associazione italiana per la ricerca scientifica e per la tutela della persona Down, con sede a Milano) aveva querelato Google per aver permesso la diffusione di un video in cui un ragazzino disabile veniva umiliato dai compagni di classe. Il filmato era stato caricato sulla piattaforma Google video da una studentessa, all’epoca minorenne, ed era diventato in poco tempo uno dei video più “cliccati”, guadagnando una particolare evidenza grafica all’interno della piattaforma.

Il verdetto di condanna del Tribunale di Milano ha avuto una forte eco internazionale ed è stato ripreso dalla stampa di tutto il mondo. In sostanza, il giudice Oscar Magi estensore della sentenza, ha condannato i dirigenti non per il reato di diffamazione voluto dall’accusa, ma per violazione della privacy. Secondo il giudice, l’azienda californiana era da ritenersi responsabile per via della vaghezza delle indicazioni in materia di privacy che Google Video presentava agli utenti che praticavano l’upload dei filmati, una vaghezza tanto più grave perché relativa ad un’attività svolta con finalità di lucro. Nella visione del giudice, la ragazzina che aveva caricato il video non sarebbe stata sufficientemente avvertita a prestare attenzione al rispetto della privacy (per leggere l’intervista ad Oscar Magi a cura di Diritto&Internet cliccare QUI).

La decisione del Tribunale di Milano ha sollevato un coro internazionale di protesta a causa dell’attribuzione di responsabilità al provider di contenuti. Le maggiori  critiche, com’era prevedibile, sono partite dal blog di Google e da quello personale di Peter Fleischer, ed in poco tempo hanno creato una forte cassa di risonanza mediatica contro la sentenza italiana. Le proteste facevano riferimento alla neutralità dei provider garantita dall’art. 17 del d.lgs. 70/2003 che applica la Direttiva 31/2000 e che esclude un obbligo di sorveglianza, configurando una responsabilità successiva alla commissione dell’illecito solo a determinate condizioni. QUI la questione è stata ulteriormente approfondita sul nostro blog.

Nel dicembre 2012 la Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ribaltando la decisione del giudice Magi, ha assolto con formula piena i tre manager perché “il fatto non sussiste”. La Corte ha individuato la responsabilità del trattamento dei dati nell’uploader del video e non nel provider di contenuti. Pertanto la violazione non sarebbe in capo a Google, ma ai responsabili della pubblicazione online del video (nello specifico, della studentessa). Per un’analisi delle motivazioni della Corte si rimanda all’approfondimento della Prof. Giusella Finocchiaro.

La vicenda tuttavia non si è risolta in appello e nel 2013 la procura di Milano ha presentato il ricorso in Cassazione, sostenendo che le piattaforme come YouTube dovrebbero essere obbligate a effettuare un controllo preventivo sui video caricati dagli utenti e ottenere la liberatoria delle persone riprese nei filmati.

A quanto si apprende da fonti di stampa, nella sua requisitoria il sostituto procuratore generale Mario Fraticelli ha chiesto l’annullamento con rinvio dei proscioglimenti e invocato la celebrazione di un processo d’appello-bis, riferendosi al fatto che “la stessa sentenza della Corte d’Appello scrive che i tre imputati avevano trattato il video e avrebbero avuto la possibilità di prendere visione dei contenuti” e che “non si può pensare che chi offre un servizio su una piattaforma poi non si occupi di quello che viene caricato”. La Cassazione, tuttavia, non ha accolto la richiesta.

Le motivazioni del verdetto della Suprema Corte saranno rese note fra un mese.

Google si dice soddisfatta per l’esito della vicenda giudiziaria: “Siamo felici che la Corte di Cassazione abbia confermato l’innocenza dei nostri colleghi. Di nuovo, il nostro pensiero va al ragazzo e alla famiglia. La decisione di oggi è importante anche perché riconferma un importante principio giuridico”.

Due recenti decisioni giurisprudenziali inducono a riflettere sul tema della responsabilità della Rete. Si tratta della decisione dalla Corte Europea per i Diritti Umani nel caso Delfi AS contro Estonia e della recente sentenza del Tribunale di Grande Istanza di Parigi nel caso Max Mosley contro Google Inc.

Le due sentenze affermano rispettivamente la responsabilità del portale e del motore di ricerca per i contenuti pubblicati dagli utenti.

Queste decisioni, ritengo, impongono al giurista il dovere di interrogarsi sull’attualità della direttiva europea 31/2000 sul commercio elettronico e sul regime di responsabilità del provider. Va peraltro precisato che la responsabilità del provider non può che essere ulteriore rispetto a quella dell’utente dell’illecito.

La decisione della Corte Europea per i Diritti Umani evidenzia una sostanziale compatibilità della condanna ad un risarcimento danni del portale informativo estone, per i commenti diffamatori ivi pubblicati da lettori anonimi, con l’art. 10 della Convenzione che tutela la libertà di espressione. Risarcimento molto esiguo che ammonta a soli 320 euro per danno non patrimoniale, ma che evidenzia in modo netto il principio espresso dalla Corte: chi è stato diffamato deve essere in condizione di ottenere un risarcimento (non era possibile individuare l’autore nel caso di specie).

La sentenza dal Tribunale di Grande Istanza di Parigi, che ha suscitato ultimamente molti interrogativi, ha condannato Google Inc. alla rimozione dei link relativi alle fotografie non autorizzate riguardanti l’ex presidente della Fia (Federazione internazionale dell’automobilismo), Max Mosley. Due mesi sono stati assegnati a Google dal giudice Marie Mongin per conformarsi alla decisione e per rimborsare l’ex presidente con la simbolica cifra di 1 euro di danni e 5000 euro per le spese legali.

È evidente per gli addetti ai lavori il disallineamento fra dato normativo e giurisprudenza.

Se si considera il solo dato normativo non ci sono dubbi: la responsabilità del provider è disciplinata dalla direttiva europea e, nell’ordinamento italiano, dall’art. 17 del d.lgs. 70/2003 che esclude un obbligo di sorveglianza e configura una responsabilità successiva alla commissione dell’illecito solo a determinate condizioni.

Dal punto di vista storico, questa norma nacque per soddisfare le esigenze dell’economia, approccio che del resto caratterizza la stessa direttiva 31/2000 nonché lo stesso approccio dell’UE al commercio elettronico: l’esigenza era quella di favorire lo sviluppo di Internet. È, d’altronde, assai peculiare una norma sulla responsabilità che esonera da responsabilità. Questa esigenza economica è accompagnata anche dalla necessità di soddisfare ulteriori esigenze: libertà e neutralità della Rete.

Oggi, tuttavia, la giurisprudenza pare cercare sempre più frequentemente soluzioni interpretative che consentano di superare il dettato normativo.

Emblematico in Italia il recente caso Google- Vividown (Trib. Milano, 12 aprile 2010, poi riformato dal Tribunale di Appello di Milano il 21 dicembre 2012) in cui il fondamento della reposnsabilità in capo a Google fu ravvisato nella normativa sulla protezione dei dati personali.

È dunque necessario riflettere sulle ragioni storiche ed economiche alla base di questo cambiamento di scenario. Dal 2000 ad oggi, in poco meno di un quindicennio, Internet è radicalmente cambiata. La necessità, oggi, non è più quella di “far crescere la rete”, ma quella di ripensare la disciplina normativa nonché l’allocazione di responsabilità, in questa fase di maturità di Internet.

È d’obbligo inoltre una riflessione sul ruolo dei motori di ricerca. Sono davvero neutri? O generano una sorta di realtà parallela per l’utente medio di Internet?

Si registrano già alcune decisioni che affermano la responsabilità dei motori di ricerca: nel Regno Unito la sentenza della Royal Courts of Justice del 14 febbraio 2013, in Australia la sentenza Trkulja v. Google del 12 novembre 2012 ed infine in Francia la sentenza del Tribunal de Grand Istance de Paris che ha condannato Google per diffamazione con la sentenza dell’8 settembre 2010.

Queste decisioni impongono al giurista il dovere di interrogarsi sull’attualità del d.lgs. 70/2003 e sulle esigenze di riforma.

È il momento dunque di cominciare a porsi delle domande e di ripensare ad una norma nata nel 2000, ma pensata ancora prima, quando l’obiettivo principale era far crescere Internet.

Qual è la funzione della responsabilità civile e il suo obiettivo in questo nuovo contesto?

Per rispondere a questa domanda occorre rispondere ad altre due domande. E si tratta di domande di metodo, in un contesto in cui invece sempre più spesso si scrivono leggi senza avere un progetto, senza chiedersi perché, abbandonando quello che dovrebbe invece essere il vero ruolo del giurista che è quello di porre e porsi domande e solo dopo di scrivere le norme.

E le (almeno due) domande da porsi sono queste.

La prima: quali sono i valori che attraverso il diritto è chiamato a tutelare in questo caso?

La seconda: chi decide? Il giudice o il legislatore?

posted by admin on marzo 12, 2013

ISP, Libertà di Internet

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L’Unione Europea ha votato a favore la risoluzione sulla cancellazione degli stereotipi di genere nell’Unione Europea ma ha respinto l’articolo che bandiva la pornografia dai media.

Si è tenuta oggi la votazione del Parlamento Europeo sulla mozione “per l’eliminazione degli stereotipi di genere” che conteneva la criticata proposta di bandire qualsiasi forma di pornografia da tutti i media, compresa la rete. La mozione, introdotta da Kartika Tamara Liotard, membro olandese del partito socialista del Parlamento Europeo, è passata con 368 voti a favore, 159 contro e  98 astenuti. La proposta di vietare la pornografia è stata tuttavia respinta.

Lo sviluppo di una consapevolezza intorno al tema degli stereotipi di genere, così come l’introduzione misure per ridurre la prevalenza di tali stereotipi nei contesti educativi, professionali e sui media, è stato riconosciuto come necessario dalla maggioranza dei commentatori in rete. Tuttavia, la vaghezza dell’articolo della mozione che introduceva il bando della pornografia dai media, e che definiva un ruolo di “controllori” per gli Internet Service Provider, avevano portato ad un allarme generale sulla libertà di espressione su Internet.

Nonostante gli emendamenti  che hanno eliminato gli articoli oggetto delle contestazioni, c’è chi ha sollevato preoccupazioni riguardo al riferimento, ancora presente nella mozione, che rimanda ad una precedente risoluzione approvata dal Parlaneto Europeo nel 1997 che prospettava un bando completo della pornografia.

posted by admin on marzo 8, 2013

ISP, Libertà di Internet

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Allarme in rete per una mozione al vaglio del Parlamento Europeo che potrebbe portare al bando di tutte le forme di pornografia sui media.

La prossima settimana il parlamento europeo voterà una risoluzione volta ad eliminare gli stereotipi di genere all’interno dell’Unione Europea. Tra gli articoli della risoluzione è presente anche la proposta di bandire ogni forma di pornografia dai media.

La mozione ha sollevato diversi interrogativi, il principale riguarda la possibile inclusione di Internet fra i media colpiti dal divieto.

Secondo Christian Engström, parlamentare europeo afferente al Partito Pirata svedese, l’evidenza del fatto che la proposta si riferisca anche alla rete è da ricercarsi nell‘articolo 14 della risoluzione che, al fine di eliminare gli stereotipi di genere nei media, prescrive la necessità di agire nel settore digitale. In particolare l’art.14 si rivolge alla Commissione per istituire, in collaborazione con le parti interessate, un regolamento a cui siano invitati ad aderire tutti gli operatori della rete.

La proposta sembrerebbe dunque riproporre per gli ISP la responsabilità di un controllo sull’attività degli utenti in rete, un ruolo spesso ipotizzato da precedenti proposte legislative che hanno sempre trovato una ferma opposizione degli attivisti per i diritti digitali. Se gli operatori di Internet dovessero infatti giocare il ruolo di controllori della rete, determinando quali contenuti debbano essere eliminati, il principio fondamentale della libertà di espressione online verrebbe seriamente minacciato.

Le polemiche contro la proposta non sono tardate ad arrivare. Dal giorno della diffusione della notizia in rete, le caselle email dei parlamentari coinvolti sono state bombardate da messaggi contro la risoluzione. La mole della protesta ha portato le autorità di Bruxelless a istituire un filtro informatico per bloccare le email relative alla mozione. Quest’azione ha tuttavia sollevato ulteriori critiche riguardo alla chiusura al dialogo con i cittadini.

La votazione sulla risoluzione è attesa per martedì 12 marzo 2013.

Una recente sentenza dell’High Court inglese ha imposto a tutti gli Internet Service Providers del Regno Unito di bloccare l’accesso dei loro utenti al famigerato sito The Pirate Bay.

Il caso era stato portato davanti alla Corte da una coalizione di major dell’industria musicale tra cui EMI, Sony e Universal. Il giudice, sostenendo che i gestori del sito di condivisione di file torrent incitano gli utenti alla violazione del copyright, ha accolto le richieste delle major e ha ordinato agli ISP di impostare un sistema di filtraggio simile a quello già  utilizzato per il blocco dei siti pedopornografici.

La decisione è stata applaudita dai portavoce dei principali operatori economici dell’industria dell’intrattenimento del Regno Unito.

I gruppi a sostegno dei diritti digitali dei cittadini hanno invece espresso preoccupazione per l’ordine di censura imposto dal giudice ai provider.  In particolare, l’Open Rights Group – una delle principali associazioni per la difesa dei diritti digitali – ha reso nota una dichiarazione del suo direttore esecutivo Jim Killock :

“Bloccare the Pirate Bay è inutile e pericoloso. Fomenterà ulteriori richieste, più vaste e ancora più drastiche, di ogni genere di censura su Internet, dalla pornografia all’estremismo. Le dimensioni della censura su Internet stanno crescendo e censurare la rete sta diventando più facile. Ciononostante non ha mai l’effetto desiderato ma semplicemente trasforma i criminali in eroi.”

Mentre il Congresso degli Stati Uniti ha deciso di rinviare la discussione sul SOPA a data da destinarsi, in Italia la Commissione per le politiche comunitarie ha recentemente approvato un emendamento alla legge comunitaria 2011 che è stato prontamente rinominato dalla stampa come il SOPA italiano.

La proposta normativa, presentata dall’on.Fava (Lega Nord) interviene modificando l’art.16 del Decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70. stabilendo che qualunque soggetto interessato possa chiedere agli hosting service provider la rimozione di un qualsiasi contenuto semplicemente sostenendone l’illiceità – senza alcun accertamento da parte dell’Autorità giudiziaria o amministrativa – e che, qualora il provider non ottemperi alla richiesta, possa essere ritenuto responsabile.

Da questo punto di vista la proposta di emendamento italiana può essere considerata ancora più estrema del SOPA; infatti, là dove la proposta di legge americana prescriveva che un giudice o il Dipartimento di giustizia avesse facoltà di ordinare la rimozione di un contenuto senza contradditorio, l’emendamento Fava stabilisce addirittura l’ordine possa essere impartito da privati, sula base di affermazioni personali.

Molti commentatori della rete si sono già pronunciati sull’inquietante aspetto di “privatizzazione della giustizia” che una simile legge comporterebbe, e sulla minaccia che le norme come il SOPA rappresentano per la libertà della rete. Alcune tra le più importanti associazioni per i diritti digitali hanno annunciato la volontà di  dare battaglia alla proposta in concomitanza col suo arrivo parlamento.