Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on gennaio 8, 2016

Libertà di Internet

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Cine_InternetLa Electronic Frontier Foundation denuncia il caso di alcuni cittadini nella provincia dello Xinjiang, obbligati a cancellare i servizi di messaggistica istantanea per mantenere il servizio di connessione internet.

L’obbligo di rimozione delle app di messaggistica istantanea sarebbe stato imposto dalle autorità cinesi per garantire il controllo delle attività degli smartphone di alcuni cittadini. Stando a quanto riferito dalla Electronic Frontier Foundation (Eff), alcuni utenti dello Xinjiang avrebbero subito un’interruzione improvvisa del servizio telefonico: i fornitori interpellati per il disguido li avrebbero indirizzati alle forze dell’ordine per eventuali spiegazioni.

A quanto si apprende, l’interruzione sarebbe il risultato di un ordine di blocco impartito dalle autorità in seguito alla verifica d’uso di reti private virtuali (Vpn) e del download di app di messaggistica istantanea da parte alcuni utenti. Per riottenere la connessione, i cittadini coinvolti dovranno provvedere alla rimozione dei software incriminati.

La gestione della censura da parte del governo Cinese ha più volte destato l’attenzione degli osservatori internazionali. Lo Xinjiang è già stato al centro dell’attenzione per la repressione che negli anni recenti ha portato all’incarcerazione di blogger e giornalisti accusati di terrorismo, separatismo ed estremismo; mentre nel 2009 una vasta porzione del territorio era stata isolata con un “provvedimento di interruzione delle reti”.

Con la diffusione degli smartphone, l’argine della censura ha dovuto fare i conti con software versatili e di ampia diffusione, come Telegram e WhatsApp. Le forze dell’ordine hanno perciò deciso di ricorrere alle ispezioni più accurate degli strumenti tecnologici anche ai posti di blocco autostradali, con il conseguente provvedimento di sequestro nel caso ad esempio di rilevazione di software di cifratura, e adesso anche per alcuni software di uso generico.

Attualmente, il governo Cinese blocca l’accesso ad alcuni dei più importanti siti mondiali, come Google, Facebook, Youtube e Twitter, a scapito dei servizi omologhi offerti all’interno dei confini del paese, come Weibo, Youku e Baidu. A questo si aggiunge il blocco permanente di siti ritenuti ostili al governo, come nel caso di Amnesty International, o sospesi per via di pubblicazioni sgradite, come per il sito del New York Times, bloccato nel 2012 per la pubblicazione di un dettagliato articolo incentrato sul patrimonio del primo ministro Cinese Wen Jiabao.

Dati i limiti imposti per l’accesso alla rete, accade che alcuni utenti cinesi decidano di eludere la censura scaricando software VPN che consentono di sfruttare il collegamento alla rete privata di un altro paese per navigare eludendo i blocchi di stato. Il software provvede a mascherare l’indirizzo IP offrendo un ampio numero di protocolli di connessione e rendendo possibile l’accesso a qualsiasi sito internet.

Tuttavia, la larga parte dei 650 milioni di Cinesi che naviga quotidianamente su internet si limita a utilizzare siti nazionali in lingua cinese, sconosciuti al pubblico occidentale e agevolmente monitorati dalle autorità. Il motore di ricerca cinese Baidu, è stato più volte accusato di censurare contenuti e siti non graditi al governo: alla richiesta di notizie riguardanti fatti storici controversi, una eloquente frase del motore di ricerca ricorderà all’utente che, in accordo con le leggi e le politiche in vigore, non è possibile mostrare alcuni dei risultati inerenti alla ricerca intrapresa.

Nel World Press Freedom Index, rapporto annuale sulla libertà di stampa e d’informazione pubblicato da Reporters Sans Frontieres, la Cina si colloca al 176 posto dei 180 paesi esaminati.

posted by admin on novembre 2, 2015

Libertà di Internet

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Schermata 11-2457330 alle 00.43.29Freedom House, organizzazione americana non-profit che opera per la promozione della libertà nel mondo, ha pubblicato un dossier che esamina le limitazioni alla libertà online in 65 nazioni.

Stando ai dati forniti, il livello globale di libertà in rete è in calo per il quinto anno consecutivo. Tra le cause principali della flessione, l’arresto di blogger e attivisti online, l’aumento della censura e le pressioni dei grandi colossi del web su aziende e utenti per la rimozione di contenuti sgraditi. Nella classifica stilata analizzando la situazione di 65 paesi e ordinata a partire dal più libero, l’Italia si posiziona al 23° posto; il primo posto è assegnato all’Islanda, l’ultimo alla Cina.

Particolare attenzione è riservata alle democrazie del Medio Oriente, che registrano un passo indietro dovuto ai recenti provvedimenti presi dai governi impegnati nella lotta al terrorismo. La stessa motivazione è quella che ha condotto a un ribasso anche nella valutazione di Francia, Australia e Italia.

In generale, i motivi del calo sono principalmente i seguenti: l’intervento dei governi per limitare o eliminare contenuti web che hanno per tema questioni politiche, religiose o sociali, rilevato in 42 paesi contro i 37 dell’anno precedente; gli arresti e le intimidazioni che hanno condotto in carcere persone colpevoli della condivisione web di informazioni politiche, religiose o sociali, rilevato in 40 paesi; l’aumento di leggi e tecnologie per la sorveglianza, in 14 paesi; l’uso di software per mettere sotto controllo attivisti e membri delle opposizioni; l’uso di strumenti adibiti alla decriptazione dei dati per impedire l’utilizzo dell’anonimato in rete.

L’analisi della situazione italiana in tema di accessibilità attesta il coinvolgimento di solo il 62 per cento della popolazione, evidenziando un ritardo rispetto molti altri paesi europei. Tra gli ultimi ostacoli si annovera una mancanza di familiarità con i computer e con la lingua inglese, il predominio della televisione commerciale e la situazione della gestione della telefonia mobile.

Le recenti misure per bloccare materiale illegale senza un ordine del tribunale hanno preoccupato gli attivisti dei diritti digitali. Tuttavia, precisa Freedom House, le violazioni dei diritti degli utenti sono molto rare in Italia. Le leggi sulla diffamazione rimangono una minaccia per i giornalisti online e gli utenti dei social media, in particolare per l’ambiguità con cui vengono talvolta messe in pratica. La nuova legge antiterrorismo è stata approvata nonostante una sentenza dell’Alta Corte europea abbia giudicato tali requisiti un affronto ai diritti umani.

Per Freedom on the net 2015, il 31% dei cittadini dei 65 Paesi monitorati è libero di utilizzare la rete, il 22,7% lo è parzialmente , mentre per il 34,3% non è possibile una valutazione chiara.

posted by admin on ottobre 9, 2015

Libertà di Internet

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apple-newsIl servizio di ios9 dedicato alle notizie non sarebbe disponibile per chi attualmente si trova sul territorio cinese

News è una nuova app, per ora disponibile soltanto per gli utenti statunitensi e, in fase test, per quelli australiani e inglesi. Si tratta di un servizio di aggiornamento notizie, che non rimanda ad altri editori presenti sul web, ma offre contenuti che gli utenti possono personalizzare costituendo una lista di preferenze per le informazioni da consultare giornalmente.

Nonostante il servizio preveda la possibilità di leggere notizie personalizzate anche dall’estero, per gli utenti che hanno scaricato l’app e che si trovino attualmente in Cina risulterebbe impossibile ogni suo aggiornamento. Al suo posto sarebbe invece visibile il messaggio di errore: “Impossibile aggiornare adesso. News non è supportato nella vostra attuale posizione”.

Il New York Times, che ha riportato la notizia citando fonti vicine all’azienda, asserisce che la decisione di Apple sia al momento quella di bloccare il servizio per evitare problemi con il governo cinese. La Cina è, dopo gli Stati Uniti, il più grande cliente di Apple, e dato che il servizio in questione porrebbe l’azienda nella scomoda posizione di editore delle notizie, permetterne il funzionamento potrebbe risultare più dannoso sul piano delle relazioni che fruttuoso su quello economico. Cupertino avrebbe perciò deciso di ricorrere a una censura preventiva, pur di non incorrere nella censura cinese.

La soluzione, per quanto provvisoria, ha destato non poche perplessità. Larry Salibra, fondatore del servizio di testing software Pay4Bugs, è stato uno dei primi a definire “sconcertante e scandalosa” la decisione di una azienda che più cresce in Cina e “più ne subisce il potere del suo governo”. Apple al momento non ha rilasciato comunicazioni ufficiali.

posted by admin on aprile 13, 2015

Diffamazione, Libertà di Internet

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Esempio di un meme satirico nei confronti del Presidente Putin

Esempio di un meme satirico nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Il governo russo ha vietato la pubblicazione delle immagini virali che prendono in giro personaggi pubblici.

Il Roskomnadzor, l’ente statale russo per il monitoraggio delle telecomunicazioni, ha annunciato che in futuro sarà illegale pubblicare meme satirici che ritraggono personaggi noti. I cosiddetti internet meme, contenuti virali spesso composti da immagini associate a frasi umoristiche, saranno oscurati non solo quando riconosciuti causa di un danno per l’onore e la dignità del soggetto ritratto, ma anche se colpevoli di distorcere la “personalità del soggetto”.

Le nuove disposizioni del Roskomnadzor non si riferiscono all’entrata in vigore di una legge, quanto all’estensione dell’applicazione di regole già esistenti per la difesa dell’immagine di personaggi pubblici.

Molti canali di informazione russi hanno messo in relazione il nuovo divieto con una sentenza su un contenzioso tra il cantante russo V. Syutkin e un sito satirico. Syutkin aveva querelato il sito a causa della pubblicazione di un meme che utilizzava il suo volto, e il tribunale russo ha dato ragione all’artista. Sebbene la stretta sui meme sia stata annunciata proprio qualche giorno dopo la sentenza che tutelava il cantante, molti hanno ipotizzato che la censura sui contenuti satirici sia stata voluta da Vladimir Putin, considerato da diversi analisti della comunicazione il bersaglio più frequente dell’umorismo politico online.

Stando alle nuove disposizioni del governo russo, un personaggio pubblico che si ritenga offeso da un meme può informare il Roskomnadzor, che a sua volta può valutare se inoltrare una denuncia al tribunale. In tal caso, il sito incriminato avrà poche ore per rimuovere l’immagine offensiva e non incorrere nel provvedimento di oscuramento.

Diversi commentatori ritengono che il concetto di “distorsione della personalità del soggetto” risulti estremamente sfumato, al punto da divenire strumento da rivolgere arbitrariamente contro la libertà di espressione. L’imposizione di una responsabilità diretta nell’atto di pubblicazione o di condivisione di immagine su Internet potrebbe sollecitare l’incremento delle cause per diffamazione. Più che fungere da deterrente, le nuove disposizioni rischiano di innescare un processo di autocensura molto restrittivo.

La presa di posizione rispetto i meme può essere considerata in linea con i recenti provvedimenti restrittivi disposti dal governo russo nei confronti di internet. Nel corso del 2014 era già stata introdotta una legge che di fatto impediva ai cittadini di gestire blog anonimi, e una legge che permette al Roskomnadzor di bloccare temporanemente qualsiasi sito senza dover fornire spiegazioni.

posted by admin on marzo 23, 2015

Libertà di Internet

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urn:newsml:dpa.com:20090101:140321-90-002354Una nuova normativa consentirà ai ministeri di ordinare la chiusura di un sito internet senza il via libera dell’autorità giudiziaria.

L’approvazione di una nuova normativa ha riconosciuto al Governo turco il potere di richiedere il blocco immediato all’accesso di contenuti web considerati pericolosi per “la stabilità dello stato”.

La nuova legge permette ai ministri di agire direttamente, senza la decisione di un giudice, e impone ai provider il blocco o la rimozione dei contenuti entro quattro ore dalla comunicazione. Sarà possibile contestare l’azione del Governo appellandosi all’autorità giudiziaria, ma solo dopo che il blocco sia divenuto operativo, e sottoponendo l’azione di censura al vaglio dei giudici entro 48 ore dalla sua attivazione.

Negli ultimi anni, la linea intrapresa dal governo turco per la regolamentazione e il controllo della rete ha più volte suscitato aspre critiche, attirando l’attenzione internazionale.

Nel marzo 2014, a ridosso delle votazioni per il rinnovo dei consigli comunali e provinciali del paese, Twitter e Youtube furono bloccati dall’Autorità per le comunicazioni.

In quell’occasione, il primo ministro Recep Tayyip Erdo?an, che dal 14 febbraio 2015 possiede un suo profilo Twitter, aveva definito il social network “un coltello nelle mani di assassini”.

Nel settembre 2014, Human Rights Watch aveva denunciato la censura applicata a internet, ad opera del Governo turco, come un “controllo dell’attività in rete senza una supervisione indipendente”.

Nel gennaio scorso, una settimana prima della partecipazione alla marcia di Parigi in favore dell’unità e della libertà di espressione, il Governo di Ankara aveva ordinato la chiusura di tutti i siti che avessero scelto di pubblicare le vignette di Charlie Hebdo riguardanti l’islam.

L’attuale legge sulle telecomunicazioni presenta molti punti in comune con quella già avallata dal Parlamento turco nel 2014 e successivamente bocciata dalla Corte costituzionale.

posted by admin on ottobre 15, 2014

Libertà di Internet

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bannerpaginainternaIl 14 ottobre 2014 è stata presentata a Montecitorio la Carta dei diritti di Internet della Commissione di studio promossa dalla Presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini e guidata dal giurista Stefano Rodotà. Il documento punta a promuovere i diritti dei cittadini in rete per difenderli da eventuali imposizioni dei governi e del mercato.

La Carta dei diritti di Internet è formata da quattordici articoli incentrati sui diritti della cittadinanza digitale, dal diritto alla privacy al diritto di accesso all’educazione, dal diritto all’oblio alla neutralità della rete.

In particolare, su quest’ultimo punto, attualmente molto dibattuto, la Carta prende posizione specificando che “il diritto di accesso alla rete deve avvenire in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”. Com’è noto, il principio di neutralità della rete punta ad impedire agli oligopoli delle telecomunicazioni di creare corsie preferenziali a pagamento, e ai governi di ostacolare l’accesso alle informazioni da parte dei cittadini.

Il documento, proposto della Commissione in forma di bozza, sarà oggetto di una consultazione pubblica aperta a commenti e proposti da parte di tutti i cittadini, a partire dal 27 ottobre. Per analizzare i 14 articoli e per maggiori informazioni sulla consultazione, si rimanda alla pagina dedicata sul sito della Camera dei Deputati.

posted by admin on ottobre 3, 2014

Libertà di Internet

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La Cina è nuovamente al centro dell’attenzione internazionale in materia di censura sul web. Questa volta il target del blocco sarebbe la app di condivisone foto Instagram, che risulterebbe inaccessibile dal 28 settembre a tutti gli utenti cinesi.

Diversi osservatori dei diritti digitali da varie parti del mondo hanno espresso preoccupazione riguardo alla correlazione tra il blocco del social network e le recenti manifestazioni pro-democrazia che si sono svolte ad Hong Kong. In particolare, si ritiene che la censura possa essere stata ordinata dal governo di Pechino allo scopo di evitare la diffusione di immagini che proverebbero un massiccio uso di gas lacrimogeno da parte della polizia durante le proteste del movimento  ”Occupy Central”.

Fino ad ora Instagram, di proprietà di Facebook, rimaneva uno dei pochi social network americani ancora utilizzabili in Cina. Altre piattaforme come Facebook e Twitter sono bloccate da tempo.

Il timore che la censura sia correlata alle manifestazioni parrebbe fondato. Si apprende infatti che tutte le notizie online riguardo alle azioni di protesta siano state censurate nel Paese. Baidu, il motore di ricerca più usato in Cina, ha invece oscurato i risultati di ricerche relative agli scontri come “Hong Kong gas lacrimogeno”. A quanto si apprende, ricerche simili sono state bloccate anche sul più grande social network cinese, Sina Weibo.

Alcuni giornali cinesi hanno riportato la notizia del blocco di Instagram dichiarando che le cause sono sconosciute.

Tra le foto presenti su Instagram e “non gradite” al governo cinese ci sarebbero chiare immagini degli scontri, come quella che vedete in questo post.

(Source: instagram.com/jkarmyshop)

(Source: instagram.com/jkarmyshop)

google chinaA quanto si apprende dalla stampa internazionale, Google ha ceduto alle pressioni del governo cinese e ha provveduto alla rimozione della funzione che avvertiva gli utenti della possibile censura governativa su alcune parole chiave.

Una finestra pop up che appariva quando l’utente digitava una parola ritenuta sensibile per il governo cinese informava che la ricerca era a rischio di un disservizio a causa di blocchi istituzionali. Con questa funzionalità Google aveva tentato un’ultima strada per mediare tra la volontà di mantenere libero accesso a tutte le informazioni e la censura imposta da Pechino su argomenti come l’indipendenza del Tibet e i fatti di piazza Tienanmmen.

Il servizio di avvertimento sulla censura di Google è stato interrotto lo scorso dicembre, senza alcun annuncio ufficiale da parte della compagnia. La notizia è stata diffusa da GreatFire.org, un sito che raccoglie dati sul cosiddetto “Great Firewall” la grande muraglia virtuale della censura in Cina. Interrogato dalla stampa Taj Meadows, portavoce di Google in Giappone, ha confermato l’interruzione della funzionalità ma non ha voluto commentare la decisione.

Fino ad oggi l’azienda di Mountain View aveva evitato il più possibile di collaborare con la censura cinese sin dallo sbarco del motore di ricerca in Cina nel 2006. Dopo alterne vicende che hanno portato Google sull’orlo della chiusura della sua attività nel paese, nel 2010 Google ha trasferito i suoi server a Hong Kong. Una scelta che aveva favorito Baidu, il suo principale concorrente locale, attualmente il motore di ricerca più usato dagli utenti cinesi. L’attuale passo indietro della compagnia californiana ha deluso i numerosi sostenitori dell’attività “dissidente” di Google in Cina.

Una recente sentenza dell’High Court inglese ha imposto a tutti gli Internet Service Providers del Regno Unito di bloccare l’accesso dei loro utenti al famigerato sito The Pirate Bay.

Il caso era stato portato davanti alla Corte da una coalizione di major dell’industria musicale tra cui EMI, Sony e Universal. Il giudice, sostenendo che i gestori del sito di condivisione di file torrent incitano gli utenti alla violazione del copyright, ha accolto le richieste delle major e ha ordinato agli ISP di impostare un sistema di filtraggio simile a quello già  utilizzato per il blocco dei siti pedopornografici.

La decisione è stata applaudita dai portavoce dei principali operatori economici dell’industria dell’intrattenimento del Regno Unito.

I gruppi a sostegno dei diritti digitali dei cittadini hanno invece espresso preoccupazione per l’ordine di censura imposto dal giudice ai provider.  In particolare, l’Open Rights Group – una delle principali associazioni per la difesa dei diritti digitali – ha reso nota una dichiarazione del suo direttore esecutivo Jim Killock :

“Bloccare the Pirate Bay è inutile e pericoloso. Fomenterà ulteriori richieste, più vaste e ancora più drastiche, di ogni genere di censura su Internet, dalla pornografia all’estremismo. Le dimensioni della censura su Internet stanno crescendo e censurare la rete sta diventando più facile. Ciononostante non ha mai l’effetto desiderato ma semplicemente trasforma i criminali in eroi.”

Hanno destato preoccupazione in rete le parole del presidente francese Nicolas Sarkozy che, in seguito ai tragici fatti di Tolosa, ha recentemente dichiarato: “A partire da oggi, chiunque consulti abitualmente quei siti che difendono il terrorismo o incitano all’odio e alla violenza saranno puniti alla stregua di criminali”.

La misura proposta dal presidente francese al fine di evitare “l’indottrinamento ideologico” sul territorio nazionale, ha scatenato le reazioni di importanti gruppi per i diritti digitali dei cittadini tra cui l’Electronic frontier Foundation e Reporters Sans Frontières.

“La soluzione proposta è sproporzionata ” ha dichiarato un portavoce di Reporters Sans Frontières “e può portare a una sorveglianza generalizzata della rete che minaccia la libertà individuale, arruolando gli Internet Service provider nel tentativo di identificare coloro che consultano determinati siti Internet”. 

Secondo molti commentatori, non solo il principio, ma anche il metodo proposto è altamente criticabile. L’identificazione infatti sarebbe possibile solo per tutti quegli utenti che non conoscono metodi per navigare anonimamente, mentre è presumibile che chiunque stia tramando di compiere un atto terroristico riesca anche ad eludere la sorveglianza degli ISP.

 L’Electronic Frontier Foundation ha espresso una seria preoccupazione per le implicazioni della dichiarazione di Sarkozy: “Quando un paese democratico come la Francia decide di censurare o criminalizzare il pensiero, non è solo la Francia a soffrirne ma il mondo, dal momento  che viene offerta ai regimi autoritari una facile giustificazione per la loro stessa censura. Noi sproniamo le autorità francesi a giudicare i crimini in base alle azioni e non ai pensieri”.

Tra le reazioni più malevole, va registrata anche l’opinione di quanti hanno ipotizzato che il presidente francese abbia cavalcato l’onda dell’emozione per i fatti di Tolosa per dotarsi di armi legislative per facilitare il blocco di siti Internet.

Per ulteriori considerazioni e approfondimenti si rimanda all’articolo di Reporters Sans Frontières e al post dell’Electronic frontier Foundation.