Due notizie, una buona e una cattiva, vedono nuovamente Google protagonista di vicende legali e politiche in diverse parti del mondo.
La notizia buona, almeno per gli affari di Google, proviene dalla Cina, dove il governo di Pechino ha rinnovato all’azienda di Mountain View la licenza per operare nel paese come Internet Content Provider. È quindi risultato salvifico il recente dietrofront dal reindirizzamento automatico anti-censura sui server di Hong Kong. Per i cittadini cinesi rimane la possibilità di cliccare sul link Google.com.hk, presente nella pagina Google.cn, per effettuare ricerche non filtrate.
La notizia cattiva proviene invece dall’Australia, dove si è conclusa l’indagine sulla presunta violazione dei dati personali del servizio Google Street View. Il commissario locale sulla privacy ha raggiunto le stesse conclusioni precedentemente espresse dai commissari europei e statunitensi: Google ha violato massicciamente la privacy dei cittadini registrando, attraverso le apparecchiature del servizio Streeet View, pacchetti di dati inviati attraverso reti wi-fi per un totale di 600GB di dati sensibili.
Il Privacy Act australiano, tuttavia, non concede al governo l’autorizzazione a imporre sanzioni all’azienda. La vicenda si è così conclusa con le pubbliche scuse da parte di Google accompagnate dall’impegno a produrre per il governo locale una valutazione dell’impatto sulla privacy del servizio Street View in Australia.
Negli altri paesi del mondo la compagnia di Mountain View è invece esposta al rischio di sanzioni molto severe.
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Del rapporto fra Google e la Privacy si è parlato giovedì 8 luglio in occasione dell’incontro “Privacy, social network e motori di ricerca” coordinato dalla Prof. Giusella Finocchiaro con la partecipazione del Cons. Giovanni Buttarelli, Garante europeo aggiunto dei dati personali, e il Dott. Marco Pancini, European Policy Counsel and Director of institutional relations of Google Italia. Verrà presto pubblicato un resoconto dei temi principali trattati durante l’incontro.
Scade il 30 giugno la licenza di Google per operare in Cina e la compagnia di Mountain View sta cercando di ammorbidire i rapporti col governo cinese, che non sembra disposto a concedere il rinnovo.
Dopo aver annunciato in gennaio di non voler più collaborare con la censura di stato, Google ha continuato ad offrire i suoi servizi agli utenti cinesi aggirando le leggi del governo grazie ad un reindirizzamento automatico da Google.cn a Google.hk, il sito di Hong Kong, libero da censura.
Una mossa che non è piaciuta a Pechino, che recentemente ha fatto sapere di non essere ben disposto verso il rinnovo della licenza, senza la quale la compagnia di Mountain View non può operare come Internet Content Provider nel territorio cinese.
Il motore di ricerca è quindi corso ai ripari e martedì scorso ha interrotto il reindirizzamento automatico. Oggi collegandosi a Google.cn viene visualizzata una pagina che offre servizi “neutri” su cui non si applica la censura, come musica e traduzioni testi. Rimane comunque la possibilità di fare ricerche non filtrate tramite il link al sito di Hong Kong.
Google ha annunciato la nuova linea verso la censura di stato cinese sul suo blog: “Come azienda aspiriamo a rendere disponibile l’informazione agli utenti di ogni luogo, inclusa la Cina. Questa è la ragione per cui abbiamo lavorato così duramente per mantenere in vita Google.cn e per continuare la nostra ricerca e il nostro sviluppo in Cina. Il nuovo approccio è coerente con il nostro proposito di non autocensurarci e anche, crediamo, con la legge locale“.
Il governo di Pechino non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alla decisione di rinnovo della licenza.
Il governo cinese incoraggia e supporta lo sviluppo delle inziative di comunicazione di notizie su Internet, fornisce il pubblico con una gamma completa di notizie, e allo stesso tempo garantisce la libertà di espressione dei cittadini e il diritto del pubblico ad essere informato, a partecipare, ad essere ascoltato e a sorvegliare in conformità con la legge.
Questo l’incipit del capitolo sulla libertà di espressione online del rapporto su internet in Cina – giugno 2010.
Si tratta di documento, diramato dall’ufficio di informazione del consiglio di stato di Pechino, che analizza l’attuale stato della Rete in Cina: al momento l’accesso alla rete è disponibile per 384 milioni di abitanti, il 30% della popolazione. Il governo spera che entro cinque anni si estenda al 45% della popolazione, che in tutto conta 1 miliardo e 300mila abitanti.
Il documento, che esordisce defininendo la rete come “una cristallizzazione della saggezza umana”, tocca anche il tema della censura e spiega per quale motivo la popolazione non può avere usufruire di tutti i contenuti della rete; l’obiettivo è “limitare gli effetti dannosi dell’informazione illegale sulla sicurezza di Stato, l’interesse pubblico e i bambini”.
E il tema della sicurezza dei bambini ritorna anche nella seconda notizia che giunge oggi dalla Cina.
Il tribunale di Chengdu, nella provincia cinese del Sichuan, ha confermato in appello la condanna a 5 anni di prigione per Tan Zuoren, blogger e attivista dei diritti civili noto per avere investigato sul crollo di diverse scuole durante il terremoto del Sichuan nel 2008.
Secondo le fonti ufficiali il crollo delle scuole ha coinvolto circa 7000 classi ed è costato la vita a 5335 bambini. In molti hanno sostenuto che la maggioranza delle scuole fossero state costruite malamente, senza uscite di emergenza e altre fondamentali misure di sicurezza. L’opinione si è diffusa anche in considerazione del fatto che gli altri edifici intorno alle scuole, fra cui alcuni uffici governativi, sono rimasti intatti . Il Governo di Pechino non ha mai risposto a queste critiche.
Tan Zuoren ha condotto un’indagine su 64 scuole distrutte e ha stimato che siano morti nel crollo molti più studenti di quanti dichiarati ufficialmente. Secondo l’attivista sono circa 5600. Il dato è stato pubblicato sul suo blog.
Il blogger è stato processato in Agosto e la sentenza, pronunciata in Febbraio, si basa sul vago reato di “incitamento alla sovversione del potere statale“. Il processo tuttavia non si è basato sull’investigazione di Zuoren sul terremoto, ma su un post scritto a proposito dei fatti di piazza Tienanmenn. Nonostante questo i supporter di Zuoren e gli attivisti dei gruppi civili ritengono che il blogger stia pagando per le notizie sulle scuole crollate.
Google ha ufficialmente dichiarato di avere terminato di censurare i risultati delle ricerche voluti da Pechino. Da ieri attraverso Google Search, Google News e Google Images è possibile accedere ai contenuti proibiti dal governo cinese, dalle immagini del Dalai Lama fino alle esecuzioni capitali di stato.
L’escamotage trovato dal colosso di Mountain View per mantenere fede alla sua promessa di terminare la censura, nonostante la rigida opposizione del governo cinese, risiede in un semplice reindirizzamento. Gli utenti che si collegano a Google.cn vengono dirottati su Google.com.hk, il motore di ricerca che risiede sui server di Hong Kong, dove da ora è possibile ottenere risultati di ricerca liberi da filtri in caratteri cinesi semplificati (usati nella Cina continentale) oltre che nel cinese tradizionale di Hong Kong.
Google ha quindi trovato un modo di agire nella legalità pur disattendendo le richieste di Pechino, anche se nulla impedirà al governo cinese di bloccare l’accesso ai servizi di Hong Kong. Per questa ragione, si legge sul blog di Google, è stata creata una pagina aggiornata ogni giorno che monitorerà lo stato di effettiva accessibilità al motore di ricerca e ai suoi servizi in Cina.
San Francisco – Google dice stop all’autocensura che si era imposto per penetrare nel mercato cinese. L’annuncio pubblicato sul blog del motore di ricerca parla di una dura decisione presa in seguito ad alcuni sofisticati attacchi informatici di provenienza cinese. Da un’indagine della compagnia di Mountain View risulta infatti che lo scorso dicembre i siti di Google e di altre importanti aziende operanti in ambito tecnologico abbiano subito furti di dati informatici. In particolare è emerso che lo scopo principale degli attacchi a Google era quello di accedere alle caselle di posta Gmail di alcuni noti attivisti per i diritti umani in Cina.
La decisione di rendere note al pubblico queste intrusioni, si legge nel blog di Google, è stata presa non solo per questioni di sicurezza informatica e per l’implicazione degli attivisti umanitari, ma soprattutto per il fatto che questa vicenda punta al cuore del dibattito globale sulla libertà di espressione in rete. La gravità di questi attacchi, continua il blog, costringe Google a ripensare la praticabilità del suo rapporto di affari con la Cina e, in quest’ottica, la prima risoluzione del motore di ricerca è quella di fermare la censura dei siti malvisti dal governo cinese, anche se questo potrebbe implicare la chiusura di Google China.
Per quanto la scelta sia motivata dai fatti esposti, la decisione di togliere i filtri di censura sembra più che altro una risposta da parte del motore di ricerca alle critiche che accompagnano l’avventura del Google cinese fin dalla sua comparsa nel 2006. Più volte, infatti, voci di intellettuali e attivisti avevano contestato all’azienda la condiscendenza verso le volontà antidemocratiche del governo di Pechino, accusandola di sacrificare i diritti umani sull’altare di uno dei più grandi mercati mondiali, stimato oggi più di 600 milioni di dollari. Dal canto suo, la compagnia di Mountain View si era sempre difesa dicendo di avere accettato le condizioni di Pechino in nome dei benefici che l’aumento generale di informazione avrebbe apportato al popolo cinese, ma oggi sembra non pensarla più così, a costo di chiudere.
Le ripercussioni economiche di questa scelta si sono già fatte sentire. All’indomani della dichiarazione del motore di ricerca, il titolo di Google ha registrato un -1,3% mentre il suo principale concorrente cinese, il motore di ricerca Baidu, ha guadagnato l’11%.
Il governo cinese intanto rassicura: “in Cina Internet è aperta, noi incoraggiamo lo sviluppo di Internet”. Ma in una dichiarazione sul sito ufficiale dell’informazione di stato, il portavoce Wang Chen ricorda alle compagnie digitali, senza citare direttamente Google, la necessità di conformarsi ai controlli internet e di assumersi la propria “responsabilità sociale”.
Aspettando quello che sembra un inevitabile compromesso tra le due posizioni, si assiste ad uno scontro fra la più grande azienda digitale globale e gli interessi di una nazione incentrato nuovamente sulla responsabilità del controllo dei contenuti.
Il governo cinese ha introdotto una nuova forma e più rigida forma di regolamentazione per il denaro elettronico (c.d. virtual money). La nuova normativa, messa a punto congiuntamente dai funzionari del Ministero del Commercio ed il e della Cultura proibisce il riuso della valuta virtuale per ogni tipo di transazione riguardanti beni o servizi “reali” (esterni cioé agli spazi digitali originali di impiego).
La nuova normativa, spiega ChinaTechNews, ha per obiettivo fornire regole certe al mercato del denaro elettronico, le cui dimensioni crescono in Cina ad un tasso del 20% annuo.
La legge appena promulgata prevede tra l’altro che:
1. debbano essere separate la figura del “coniatore” e quella del “commerciante” di valuta elettronica;
2. il denaro elettronico non può essere impiegato per l’acquisto di beni e servizi “reali”;
3. i minorenni non possono svolgere attività di compravendita di valuta virtuale;
4. è proibita ogni forma di gioco d’azzardo all’interno dei giochi online
Il Legislatore cinese ha anche fornito una definizione puntuale di “gioco d’azzardo nei giochi online”. In particolare, spiega ancora ChinaTechNews, ricadono entro tale categoria tutte le attività che prevedono l’assegnazione di denaro od oggetti digitali attraverso sistemi di scommessa, puntamenti al rilancio e simili.
Il governo cinese incoraggia e supporta lo sviluppo delle inziative di comunicazione di notizie su Internet, fornisce il pubblico con una gamma completa di notizie, e allo stesso tempo garantisce la libertà di espressione dei cittadini e il diritto del pubblico ad essere informato, a partecipare, ad essere ascoltato e a sorvegliare in conformità con la legge.
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