Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on ottobre 9, 2015

Libertà di Internet

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apple-newsIl servizio di ios9 dedicato alle notizie non sarebbe disponibile per chi attualmente si trova sul territorio cinese

News è una nuova app, per ora disponibile soltanto per gli utenti statunitensi e, in fase test, per quelli australiani e inglesi. Si tratta di un servizio di aggiornamento notizie, che non rimanda ad altri editori presenti sul web, ma offre contenuti che gli utenti possono personalizzare costituendo una lista di preferenze per le informazioni da consultare giornalmente.

Nonostante il servizio preveda la possibilità di leggere notizie personalizzate anche dall’estero, per gli utenti che hanno scaricato l’app e che si trovino attualmente in Cina risulterebbe impossibile ogni suo aggiornamento. Al suo posto sarebbe invece visibile il messaggio di errore: “Impossibile aggiornare adesso. News non è supportato nella vostra attuale posizione”.

Il New York Times, che ha riportato la notizia citando fonti vicine all’azienda, asserisce che la decisione di Apple sia al momento quella di bloccare il servizio per evitare problemi con il governo cinese. La Cina è, dopo gli Stati Uniti, il più grande cliente di Apple, e dato che il servizio in questione porrebbe l’azienda nella scomoda posizione di editore delle notizie, permetterne il funzionamento potrebbe risultare più dannoso sul piano delle relazioni che fruttuoso su quello economico. Cupertino avrebbe perciò deciso di ricorrere a una censura preventiva, pur di non incorrere nella censura cinese.

La soluzione, per quanto provvisoria, ha destato non poche perplessità. Larry Salibra, fondatore del servizio di testing software Pay4Bugs, è stato uno dei primi a definire “sconcertante e scandalosa” la decisione di una azienda che più cresce in Cina e “più ne subisce il potere del suo governo”. Apple al momento non ha rilasciato comunicazioni ufficiali.

bandiera-cineseNuove norme impongono a chi vende software alle banche cinesi di rilasciare il codice sorgente, inserire “back-doors” e ottenere l’approvazione delle autorità di Pechino.

Le nuove regole, approvate alla fine dello scorso anno e recentemente comunicate alle compagnie hi-tech estere, fanno parte di una serie di misure che il Governo Cinese sta adottando per aumentare il controllo interno sulle infrastrutture informatiche dell’industria nazionale. Già nel maggio del 2014 era stato istituito il “cyber security vetting process”, un test di controllo accurato sui prodotti informatici esteri venduti nel paese, e nell’agosto dello stesso anno le maggiori compagnie americane, incluse Apple e Microsoft, erano state eliminate dalla lista di fornitori di informatica della Pubblica Amministrazione cinese.

A quanto si apprende da portavoce cinesi, la nuova policy di Pechino sarebbe una conseguenza diretta allo scandalo delle intercettazioni della National Security Agency degli Stati Uniti, portate alla luce dalle rivelazioni di Edward Snowden. Secondo quanto emerso, infatti, università, uffici governativi, compagnie nazionali e provider di telecomunicazioni cinesi sarebbero stati costantemente monitorati per anni dall’intelligence americana. Tuttavia, le misure protettive del Governo Cinese potrebbero anche essere la risposta alla decisione di Washington, risalente all’aprile 2013, di vietare l’acquisto di prodotti cinesi a tutti gli organi governativi statunitensi, per motivi di sicurezza.

Secondo The New York Times le nuove regole includono l’obbligo di consegnare il codice sorgente di tutti i software e i firmware al Governo cinese, e dotare i prodotti di “back-doors”, porte di accesso che permettano ai funzionari governativi di ispezionare e controllare i dispositivi. La nuova legge ha l’obiettivo di rendere “sicuro e controllabile” il 75% dei prodotti tecnologici utilizzati nel settore finanziario entro il 2019.

La stampa riporta inoltre che a queste norme si aggiungerà presto una legge antiterrorismo, per ora in bozza, che prescriverà ad ogni azienda IT operante in Cina di mantenere i dati raccolti all’interno del paese, su server che possono essere monitorati dal governo cinese, e di fornire alle autorità di sicurezza le chiavi di decrittazione dei dati.

Un gruppo di organizzazioni economiche statunitensi, tra cui la Camera di Commercio degli Stati Uniti, ha recentemente inviato una lettera al Comitato per la Cybersicurezza del Partito Comunista cinese protestando contro le nuove norme e definendole come un atto di protezionismo.

Va specificato che le nuove regole si applicheranno anche alle compagnie cinesi, anche se sembra probabile che per queste sarà più facile produrre dispositivi a norma, in quanto il loro principale mercato di riferimento è quello nazionale.

Per i colossi dell’industria digitale internazionale il mercato cinese rappresenta il futuro. Si prevede che nel 2015 la Cina spenderà 465 miliardi di dollari nel settore ICT e l’espansione del “tech market” cinese coprirà il 43% del mercato mondiale nel settore.

posted by admin on ottobre 3, 2014

Libertà di Internet

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La Cina è nuovamente al centro dell’attenzione internazionale in materia di censura sul web. Questa volta il target del blocco sarebbe la app di condivisone foto Instagram, che risulterebbe inaccessibile dal 28 settembre a tutti gli utenti cinesi.

Diversi osservatori dei diritti digitali da varie parti del mondo hanno espresso preoccupazione riguardo alla correlazione tra il blocco del social network e le recenti manifestazioni pro-democrazia che si sono svolte ad Hong Kong. In particolare, si ritiene che la censura possa essere stata ordinata dal governo di Pechino allo scopo di evitare la diffusione di immagini che proverebbero un massiccio uso di gas lacrimogeno da parte della polizia durante le proteste del movimento  ”Occupy Central”.

Fino ad ora Instagram, di proprietà di Facebook, rimaneva uno dei pochi social network americani ancora utilizzabili in Cina. Altre piattaforme come Facebook e Twitter sono bloccate da tempo.

Il timore che la censura sia correlata alle manifestazioni parrebbe fondato. Si apprende infatti che tutte le notizie online riguardo alle azioni di protesta siano state censurate nel Paese. Baidu, il motore di ricerca più usato in Cina, ha invece oscurato i risultati di ricerche relative agli scontri come “Hong Kong gas lacrimogeno”. A quanto si apprende, ricerche simili sono state bloccate anche sul più grande social network cinese, Sina Weibo.

Alcuni giornali cinesi hanno riportato la notizia del blocco di Instagram dichiarando che le cause sono sconosciute.

Tra le foto presenti su Instagram e “non gradite” al governo cinese ci sarebbero chiare immagini degli scontri, come quella che vedete in questo post.

(Source: instagram.com/jkarmyshop)

(Source: instagram.com/jkarmyshop)

posted by Giulia Giapponesi on settembre 3, 2012

Libertà di Internet

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L’attivista dissidente cinese Wang Xiaoning, reso noto dalla stampa internazionale come “il dissidente di Yahoo!”, è stato rilasciato lo scorso 31 agosto, dopo aver scontato 10 anni di detenzione per “incitamento alla sovversione del potere dello Stato”.

La condanna era giunta dopo che il governo cinese aveva identificato Wang Xiaoning come l’autore di alcuni post diffusi su internet che, illustrando la necessità di una pluralità di partiti al governo, criticavano il partito unico di Pechino.

Per risalire all’identità dello scrittore le autorità cinesi si erano avvalse dell’aiuto della filiale di Hong Kong di Yahoo! che aveva rivelato i dati personali della casella email del dissidente.

Wang, che oggi ha 62 anni, non ha mai ammesso la sua colpevolezza, e per questo il tribunale gli ha inflitto la pena massima di 10 anni di detenzione. Durante gli anni di prgionia la polizia ha tentato più volte di estorcergli una confessione. Secondo fonti di stampa, in carcere il dissidente sarebbe stato oggetto di torture e abusi.

In una recente dichiarazione la moglie di Wang ha reso noto che in questi anni la famiglia dello scrittore è stata oggetto di una costante sorveglianza da parte delle autorità statali. “Wang sta lasciando una piccola prigione solo per entrare in una più grande”, ha dichiarato la donna.

A quanto risulta, quello di Wang non è che uno dei tanti casi in cui la Yahoo! Holdings Ltd. ha fornito alla polizia cinese informazioni riservate sull’identità dei suoi utenti. Altri casi noti includono quello della giornalista Shi Tao, condannata a 10 anni di detenzione per aver diffuso illegalmente segreti di stato all’estero, e quelli di altri due dissidenti condannati rispettivamente a 8 e 4 anni per “incitamento alla sovversione del potere dello Stato”.

googleDue notizie, una buona e una cattiva, vedono nuovamente Google protagonista di vicende legali e politiche in diverse parti del mondo.

La notizia buona, almeno per gli affari di Google,  proviene dalla Cina, dove il governo di Pechino ha rinnovato all’azienda di Mountain View la licenza per operare nel paese come Internet Content Provider. È quindi risultato salvifico il recente dietrofront dal reindirizzamento automatico anti-censura sui server di Hong Kong. Per i cittadini cinesi rimane la possibilità di cliccare sul link Google.com.hk, presente nella pagina Google.cn, per effettuare ricerche non filtrate.

La notizia cattiva proviene invece dall’Australia, dove si è conclusa l’indagine sulla presunta violazione dei dati personali del servizio Google Street View. Il commissario locale sulla privacy ha raggiunto le stesse conclusioni precedentemente espresse dai commissari europei e statunitensi: Google ha violato massicciamente la privacy dei cittadini registrando, attraverso le apparecchiature del servizio Streeet View, pacchetti di dati inviati attraverso reti wi-fi per un totale di 600GB di dati sensibili.

Il Privacy Act australiano, tuttavia, non concede al governo l’autorizzazione a imporre sanzioni all’azienda. La vicenda si è così conclusa con le pubbliche scuse da parte di Google accompagnate dall’impegno a produrre per il governo locale una valutazione dell’impatto sulla privacy del servizio Street View in Australia.

Negli altri paesi del mondo la compagnia di Mountain View è invece esposta al rischio di sanzioni molto severe.

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Del rapporto fra Google e la Privacy si è parlato giovedì 8 luglio in occasione dell’incontro “Privacy, social network e motori di ricerca” coordinato dalla Prof. Giusella Finocchiaro con la partecipazione del Cons. Giovanni Buttarelli, Garante europeo aggiunto dei dati personali, e il Dott. Marco Pancini, European Policy Counsel and Director of institutional relations of Google Italia. Verrà presto pubblicato un resoconto dei temi principali trattati durante l’incontro.

posted by admin on giugno 30, 2010

Libertà di Internet

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google chinaScade il 30 giugno la licenza di Google per operare in Cina e la compagnia di Mountain View sta cercando di ammorbidire i rapporti col governo cinese, che non sembra disposto a concedere il rinnovo.

Dopo aver annunciato in gennaio di non voler più collaborare con la censura di stato, Google ha continuato ad offrire i suoi servizi agli utenti cinesi aggirando le leggi del governo grazie ad un reindirizzamento automatico da Google.cn a Google.hk, il sito di Hong Kong, libero da censura.

Una mossa che non è piaciuta a Pechino, che recentemente ha fatto sapere di non essere ben disposto verso il rinnovo della licenza, senza la quale la compagnia di Mountain View non può operare come Internet Content Provider nel territorio cinese.

Il motore di ricerca è quindi corso ai ripari e martedì scorso ha interrotto il reindirizzamento automatico. Oggi collegandosi a Google.cn viene visualizzata una pagina che offre servizi “neutri” su cui non si applica la censura, come musica e traduzioni testi. Rimane comunque la possibilità di fare ricerche non filtrate tramite il link al sito di Hong Kong.

Google ha annunciato la nuova linea verso la censura di stato cinese sul suo blog: “Come azienda aspiriamo a rendere disponibile l’informazione agli utenti di ogni luogo, inclusa la Cina. Questa è la ragione per cui abbiamo lavorato così duramente per mantenere in vita Google.cn e per continuare la nostra ricerca e il nostro sviluppo in Cina. Il nuovo approccio è coerente con il nostro proposito di non autocensurarci e anche, crediamo, con la legge locale“.

Il governo di Pechino non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alla decisione di rinnovo della licenza.

posted by admin on giugno 9, 2010

Libertà di Internet

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Il governo cinese incoraggia e supporta lo sviluppo delle inziative di comunicazione di notizie su Internet, fornisce il pubblico con una gamma completa di notizie, e allo stesso tempo garantisce la libertà di espressione dei cittadini e il diritto del pubblico ad essere informato, a partecipare, ad essere ascoltato e a sorvegliare in conformità con la legge.

Questo l’incipit del capitolo sulla libertà di espressione online del rapporto su internet in Cina – giugno 2010.

Si tratta di documento, diramato dall’ufficio di informazione del consiglio di stato di Pechino, che analizza l’attuale stato della Rete in Cina: al momento l’accesso alla rete è disponibile per 384 milioni di abitanti, il 30% della popolazione. Il governo spera che entro cinque anni si estenda al 45% della popolazione, che in tutto conta 1 miliardo e 300mila abitanti.

Il documento, che esordisce defininendo la rete come “una cristallizzazione della saggezza umana”, tocca anche il tema della censura e spiega per quale motivo la popolazione non può avere usufruire di tutti i contenuti della rete; l’obiettivo è “limitare gli effetti dannosi dell’informazione illegale sulla sicurezza di Stato, l’interesse pubblico e i bambini”.

E il tema della sicurezza dei bambini ritorna anche nella seconda notizia che giunge oggi dalla Cina.

Il tribunale di Chengdu, nella provincia cinese del Sichuan, ha confermato in appello la condanna a 5 anni di prigione per Tan Zuoren, blogger e attivista dei diritti civili noto per avere investigato sul crollo di diverse scuole durante il terremoto del Sichuan nel 2008.

Secondo le fonti ufficiali il crollo delle scuole ha coinvolto circa 7000 classi ed è costato la vita a  5335  bambini. In molti hanno sostenuto  che la maggioranza delle scuole fossero state costruite malamente, senza uscite di emergenza e altre fondamentali misure di sicurezza. L’opinione si è diffusa anche in considerazione del fatto che gli altri edifici intorno alle scuole, fra cui alcuni uffici governativi, sono rimasti intatti . Il Governo di Pechino non ha mai risposto a queste critiche.

Tan Zuoren ha condotto un’indagine su 64 scuole distrutte e ha stimato che siano morti nel crollo molti più studenti di quanti dichiarati ufficialmente. Secondo l’attivista sono circa 5600. Il dato è stato pubblicato sul suo blog.

Il blogger è stato processato in Agosto e la sentenza, pronunciata in Febbraio, si basa sul vago reato di “incitamento alla sovversione del potere statale“.  Il processo tuttavia non si è basato sull’investigazione di Zuoren sul terremoto, ma su un post scritto a proposito dei fatti di piazza Tienanmenn. Nonostante questo i supporter di Zuoren e gli attivisti dei gruppi civili ritengono che il blogger stia pagando per le notizie sulle scuole crollate.

Immagine 2Google ha ufficialmente dichiarato di avere terminato di censurare i risultati delle ricerche voluti da Pechino. Da ieri attraverso Google Search, Google News e Google Images è possibile accedere ai contenuti proibiti dal governo cinese, dalle immagini del Dalai Lama fino alle esecuzioni capitali di stato.

L’escamotage trovato dal colosso di Mountain View per mantenere fede alla sua promessa di terminare la censura, nonostante la rigida opposizione del governo cinese, risiede in un semplice reindirizzamento. Gli utenti che si collegano a Google.cn vengono dirottati su Google.com.hk, il motore di ricerca che risiede sui server di Hong Kong, dove da ora è possibile ottenere risultati di ricerca liberi da filtri in caratteri cinesi semplificati (usati nella Cina continentale) oltre che nel cinese tradizionale di Hong Kong.

Google ha quindi trovato un modo di agire nella legalità pur disattendendo le richieste di Pechino, anche se nulla impedirà al governo cinese di bloccare l’accesso ai servizi di Hong Kong. Per questa ragione, si legge sul blog di Google, è stata creata una pagina aggiornata ogni giorno che monitorerà lo stato di effettiva accessibilità al motore di ricerca e ai suoi servizi in Cina.

posted by admin on marzo 15, 2010

Libertà di Internet, Web 2.0

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internet_vertgrisÈ stato assegnato a Parvin Ardalan, attivista iraniana per i diritti delle donne, il primo “Netizen Pize“, il nuovo premio al cittadino della rete assegnato da Reporters Sans Frontières in collaborazione con Google. L’iniziativa, inaugurata quest’anno, intende premiare il privato utente – blogger, giornalista, attivista, dissidente – che si distingua per l’attività di difesa della libertà d’espressione online.

Non stupisce quindi che il premio sia stato assegnato a un cittadino iraniano: l’Iran è infatti tra i princpali paesi della lista dei nemici di Internet 2010, il documento che stila un elenco dei peggiori violatori della libertà di espressione online.  La lista, così come il Netizen Prize, è stata presentata il 12 marzo, in occasione  della prima giornata mondiale contro la cyber-censura, una ricorrenza ideata da Reporters Sans Frontiéres per incoraggiare i cittadini a dimostrare il loro sostegno ad una rete libera e accessibile a tutti. Sono infatti molti i governi che esercitano un controllo censorio su Internet. Oltre al già citato Iran, l’elenco include Arabia Saudita, Burma, North Korea, Cuba, Egitto, Uzbekistan, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Vietnam e,  naturalmente, Cina, il paese di cui ultimamente si è parlato di più.

Proprio dalla Cina giungono infatti notizie che riguardano la censura di stato. Il Financial Times ha riportato un aggiornamento sulla vicenda che vede contrapposti Google e il governo di Pechino. Pare che il motore di ricerca abbia concluso la pianificazione della sua uscita dal mercato della Cina, un’eventualità data al 99,9 % di probabilità in seguito all’ultima dichiarazione del ministro dell’industria cinese Li Yizhong: “Se [Google] si muoverà in direzione di una violazione delle leggi Cinesi, sarà ostile, sarà irresponsabile e dovrà pagarne le conseguenze“.

Delle conseguenze di una rete controllata e dei tentativi di regolamentazione che minacciano la libertà dei cittadini si è parlato anche in Italia durante il convegno «Internet è libertà, perché dobbiamo difendere la rete» che si è svolto venerdì a Montecitorio. La conferenza ha visto la partecipazione straordinaria del prof.Lawrence Lessig che ha tenuto una  Lectio magistralis sul tema (qui è possibile ascoltare il discorso). Per l’occasione pare che un’enorme affluenza di pubblico abbia stipato la Sala della Regina, destando la perplessità dei Commessi della Camera dei Deputati. Su Punto Informatico c’è un interessante resoconto dell’incontro.

posted by admin on gennaio 22, 2010

Computer Crimes

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google chinaSan Francisco – Google dice stop all’autocensura che si era imposto per penetrare nel mercato cinese. L’annuncio pubblicato sul blog del motore di ricerca parla di una dura decisione presa in seguito ad alcuni sofisticati attacchi informatici di provenienza cinese. Da un’indagine della compagnia di Mountain View risulta infatti che lo scorso dicembre i siti di Google e di altre importanti aziende operanti in ambito tecnologico abbiano subito furti di dati informatici. In particolare è emerso che lo scopo principale degli attacchi a Google era quello di accedere alle caselle di posta Gmail di alcuni noti attivisti per i diritti umani in Cina.

La decisione di rendere note al pubblico queste intrusioni, si legge nel blog di Google, è stata presa non solo per questioni di sicurezza informatica e per l’implicazione degli attivisti umanitari, ma soprattutto per il fatto che questa vicenda punta al cuore del dibattito globale sulla libertà di espressione in rete. La gravità di questi attacchi, continua il blog, costringe Google a ripensare la praticabilità del suo rapporto di affari con la Cina e, in quest’ottica, la prima risoluzione del motore di ricerca è quella di fermare la censura dei siti malvisti dal governo cinese, anche se questo potrebbe implicare la chiusura di Google China.

Per quanto la scelta sia motivata dai fatti esposti, la decisione di togliere i filtri di censura sembra più che altro una risposta da parte del motore di ricerca alle critiche che accompagnano l’avventura del Google cinese fin dalla sua comparsa nel 2006. Più volte, infatti, voci di intellettuali e attivisti avevano contestato all’azienda la condiscendenza verso le volontà antidemocratiche del governo di Pechino, accusandola di sacrificare i diritti umani sull’altare di uno dei più grandi mercati mondiali, stimato oggi più di 600 milioni di dollari. Dal canto suo, la compagnia di Mountain View si era sempre difesa dicendo di avere accettato le condizioni di Pechino in nome dei benefici che l’aumento generale di informazione avrebbe apportato al popolo cinese, ma oggi sembra non pensarla più così, a costo di chiudere.

Le ripercussioni economiche di questa scelta si sono già fatte sentire. All’indomani della dichiarazione del motore di ricerca, il titolo di Google ha registrato un -1,3% mentre il suo principale concorrente cinese, il motore di ricerca Baidu, ha guadagnato l’11%.

Il governo cinese intanto rassicura: “in Cina Internet è aperta, noi incoraggiamo lo sviluppo di Internet”. Ma in una dichiarazione sul sito ufficiale dell’informazione di stato, il portavoce Wang Chen ricorda alle compagnie digitali, senza citare direttamente Google, la necessità di conformarsi ai controlli internet e di assumersi la propria “responsabilità sociale”.

Aspettando quello che sembra un inevitabile compromesso tra le due posizioni, si assiste ad uno scontro fra la più grande azienda digitale globale e gli interessi di una nazione incentrato nuovamente sulla responsabilità del controllo dei contenuti.