Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Google ha rimosso da YouTube i video che mercoledì avevano portato all’arresto del suo dirigente Fabio Jose Silva Coelho.

In seguito al rilascio di Coelho, la divisione di Google che opera in Brasile ha deciso di obbedire all’ordine emesso da un giudice dello stato di Mato do Sul che imponeva la rimozione di alcuni video pubblicati sulla piattaforma per violazione della legge elettorale brasiliana. I filmati criticavano duramente un candidato alle prossime elezioni municipali, una pratica vietata dalla legge elettorale brasiliana, datata 1965.

Google ha già iniziato la procedura per il ricorso in appello.

Nell’esprimere delusione per la limitazione alla libertà di espressione che questa legge comporta ,Fabio Coelho ha dichiarato:

“Nonostante quest’episodio, noi continueremo la nostra campagna cglobale a favore della libertà di espressione, non solo perché è il prerequisito per una società libera ma anche perché più informazione generalmente significa più scuole, più potere, più opportunità economiche e più libertà per le persone”.


posted by Giulia Giapponesi on settembre 27, 2012

Responsabilità dei provider

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Un dirigente di Google Brazil è stato arrestato dalla polizia federale brasiliana in seguito alla mancata rimozione, da parte della compagnia, di alcuni video in violazione della legge elettorale brasiliana.

L’arresto del capo delle operazioni di Google Brazil, Fabio Jose Silva Coelho, è stato annunciato da un comunicato stampa della polizia federale che ha reso noto che il dirigente sarà trattenuto solo per il tempo necessario per firmare i documenti che lo vincolano a presentarsi in tribunale per il processo.

La rimozione dei filmati era stata ordinata da un giudice dello stato di Mato grosso do Sul, che aveva ritenuto i video diffamatori perché contenevano accuse di attività illegali rivolte ad Alcides Bernal, candidato a sindaco per la città di Campo Grande. Oltre alla rimozione immediata dei video la sentenza prevedeva anche un oscuramento di 24 ore di Google e YouTube su scala nazionale. Non risulta ancora chiaro se e come questa misura punitiva verrà attuata.

Le legge brasiliana prevede forti limitazioni sulla libertà di criticare i candidati nel periodo pre elettorale. In vista delle ormai prossime elezioni municipali, Google ha ricevuto moltissime richieste di rimozione di contenuti sospettati di violare questa normativa.

Una precedente sentenza dello stato di Parana aveva già ordinato a Google di pagare 500.000 dollari per ogni giorno di permanenza di alcuni video che criticavano un candidato politico. Nello stato di Paraiba un giudice ha ordinato la detenzione di un altro dirigente di Google Brazil sempre per non aver rimosso filmati che attaccavano un candidato sindaco, ma la decisione è stata annullata da una sentenza di grado superiore.

L’arresto di Coehlo è avvenuto dopo che un’altra sentenza brasiliana aveva ordinato a YouTube la rimozione del film anti islamico al centro delle proteste di musulmani in tutto il mondo. La decisione aveva accolto le ragioni di una rappresentanza della comunità musulmana brasiliana, che sosteneva che il film  violasse il diritto costituzionale alla libertà di religione.

Google ha annunciato l’intenzione di ricorrere in appello.

Non è la prima volta che alti dirigenti di Google subiscono, fuori dagli Stati Uniti, condanne di detenzione a causa dei contenuti pubblicati dagli utenti. Nel 2010, in Italia, la sentenza del caso Google vs. Vividown ha condannato 3 dirigenti di Google a 6 mesi di carcere per violazione della privacy. Si attende l’esito dell’appello.

Ricordiamo che il nostro blog ha dedicato diversi approfondimenti al caso Google vs. Vividown, tra cui un’intervista a Oscar Magi, giudice estensore della sentenza.

originalÈ in corso un nuovo allarme privacy sulla policy di raccolta e condivisione dei dati degli utenti operata da Facebook.

A poche ore dal falso allarme sul bug che mostrava i messaggi privati in bacheca, Facebook è oggetto di una nuova ondata di contestazioni a causa dell’accordo commerciale stipulato con Datalogix, un’azienda che analizza i dati d’acquisto degli utenti in relazione alle inserzioni pubblicitarie online.

Attraverso la nuova partnership, Datalogix sarà in grado di collegare i dati che gli acquirenti rilasciano sulle tessere fedeltà dei negozi con i loro account di Facebook. Il collegamento tra account Facebook e tessera fedeltà avviene grazie all’indirizzo e-mail. Le informazioni sugli acquisti registrati attraverso la tessera fedeltà vengono poi confrontate con gli annunci pubblicitari visualizzati nel tempo sull’account del consumatore, in modo da stabilirne il grado di efficacia.

A quanto risulta dalla stampa, Facebook ha assunto Datalogix per l’analisi dei dati, per quantificare il valore degli annunci che offre agli inserzionisti. Nonostante sia il più affollato social network del mondo, Facebook ha sempre incontrato delle difficoltà a provare il suo “valore monetario”, come il deludente approdo in borsa ha confermato. La partnership con Datalogix potrebbe quindi costituire un punto di svolta nell’attenzione degli investitori. Il social network ha fatto sapere che ad oggi le due aziende hanno analizzato 45 campagne pubblicitarie giungendo alla conclusione che nel 70 per cento dei casi l’inserzionista guadagna 3  dollari in più per ogni dollaro speso su Facebook.

La reazione delle principali associazioni per la protezione della privacy non si è fatta attendere a lungo, Marc Rotenberg, presidente dell’Electronic Privacy Information Center, ha annunciato che  presenterà una richiesta alla Federal Trade Commission per aprire un’inchiesta sulla partnership tra Facebook e Datalogix.

Nel frattempo, molti commentatori dei diritti digitali hanno pubblicato in rete le istruzioni per effettuare l’opt-out, da effettuarsi direttamente sul sito di Datalogix. Tuttavia la procedura non è del tutto trasparente e rimangono perplessità sull’uso da parte dell’azienda dei dati di cui è già in possesso.


“A onor del vero la privacy è uno di quegli argomenti che l’istinto ci porterebbe ad evitare, tali e tante sono le complicazioni che porta con sé. Però la ragione poi prevale e si finisce per accettare con stizzita rassegnazione l’occhiuta e confusa regolamentazione di un mondo liquido e sfuggente, molto invasivo e ricco di una trasparenza davvero ambigua.”

Questo l’incipit della bella recensione del volume di Giusella Finocchiaro “Privacy e Protezione dei dati personali” (Zanichelli)  pubblicata sulla rivista Italia Oggi il 20 settembre 2012.

La recensione, apparsa nella rubrica “Letture di diritto”, è firmata da Francesco Romano, che, nel definire l’opera “un libro bello e intelligente”, così la descrive:

“Il volume passa in rassegna con puntiglio tutte le fattispecie possibili e immaginabili ( e anche oltre…) di occasioni in cui privacy e dati personali sono oggetto di tutela, rappresentando e risolvendo problemi a prima vista completamente insolubili, indicando le fonti di conoscenza (intricate pure quelle, in un continuo sovrapporsi di diritto interno e comunitario) e offrendo un vasto panorama di casi svolti attinti dalla pratica quotidiana di chi tra questi affanni sa trasrsi con sicurezza e autorevolezza. Un po’ di luce fra tanta tenebra.”

 

posted by admin on settembre 20, 2012

Diritto d'autore e copyright

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L’Italia è il terzo paese al mondo per quantità di brani scaricati tramite BitTorrent. È quanto recentemente emerso dalla ricerca “Digital Music Index” realizzata da MusicMetric, una società anglosassone specializzata nell’analisi del mercato musicale.

Prendendo in considerazione l’arco temporale tra gennaio a giugno 2012, la ricerca ha rilevato che sulla piattaforma BitTorrent sono stati scaricati 405 milioni di file musicali in sei mesi.

Al primo posto nella graduatoria dei paesi col maggior numero di download illegali si trovano gli Stati Uniti con oltre 96 milioni di scaricamenti. In seconda posizione il Regno Unito, con 43 milioni. L’Italia si classifica terza con oltre 33 milioni di download. Completano la lista Canada, Brasile, Australia, Spagna, India, Francia, e Filippine.

Nella classifica dei download effettuati in relazione al numero degli abitanti, il nostro Paese scende invece al settimo posto, mentre in testa alla graduatoria si trovano Australia, Irlanda e Slovenia.

A quanto emerso dal rapporto sembra che, non sorprendentemente, i pirati preferiscano scaricare gli interi album (78%) rispetto ai singoli brani(22%).

Più in dettaglio, l’artista più scaricato del semestre negli Stati Uniti è il cantante Drake, nel Regno Unito il giovane Ed Sheeran, mentre in Italia il primato spetta Laura Pausini.

posted by Giulia Giapponesi on settembre 19, 2012

Libertà di Internet

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I blog e i magazine online non sono soggetti all’obbligo di registrazione delle testate e pertanto non può essere loro contestato il reato di stampa clandestina. Questa la motivazione alla base della decisione della Cassazione che conclude l’iter giudiziario di Carlo Ruta, giornalista e storico siciliano fondatore del blog “Accade in Sicilia”.

La vicenda giudiziaria di Ruta è iniziata nel 2008 quando il giornalista è stato condannato dal Tribunale di Modica per aver intrapreso la pubblicazione del suo blog senza aver richiesto l’autorizzazione del tribunale competente, come prescritto dall’art.5 della legge 8 febbraio 1948, n.47 (legge stampa), un’omissione che gli è valsa la condanna per il reato di stampa clandestina (art.16).

La pronuncia del Tribunale di Modica è stata poi confermata nel 2011 dalla Corte d’appello di Catania.

Durante i due procedimenti la difesa aveva sostenuto invano che il blog non fosse equiparabile a una testata giornalistica, in quanto da ritenersi un semplice strumento di documentazione, sulla base anche del fatto che non è aggiornato regolarmente.

L’esito del ricorso in Cassazione, intrapreso da Ruta nonostante l’ormai prossima prescrizione del reato, è stato atteso con apprensione dai difensori dei diritti dei cittadini in rete. La conferma delle precedenti sentenze avrebbe rappresentato l’introduzione di un anacronistico obbligo di legge per tutti i blog italiani, un appesantimento burocratico che realisticamente avrebbe portato molti siti alla chiusura.

Con sentenza n.23230, la Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha ribaltato le precedenti pronunce sostenendo che la definizione giuridica di un prodotto stampa prevede due condizioni non soddisfatte dal giornale telematico: un’attività di riproduzione tipografica e la destinazione alla pubblicazione del risultato di tale attività.

Secondo il giudice, nemmeno le più moderne disposizioni sulla registrazione delle testate online sono applicabili al blog di Ruta. La legge 7 marzo 2001, n. 62 (inerente alla disciplina sull’Editoria e sui prodotti editoriali, con modifiche alla l. 5 agosto 1981, n. 416) che ha introdotto la registrazione dei giornali online, specifica che l’obbligo va espletato soltanto per ragioni amministrative ed esclusivamente ai fini della possibilità di usufruire delle provvidenze economiche previste per l’editoria.

Questa limitazione è stata inoltre ribadita dalla successiva normativa di cui al d.lgs. 9 aprile 2003, n. 70, che esplicitamente ha prescritto che la registrazione della testata editoriale telematica è obbligatoria esclusivamente per le attività per le quali i prestatori di servizio intendono avvalersi delle opportunità di accesso a contributi pubblici.

Com’è evidente, si tratta di una decisione di ampia portata perché sancisce che non solo i blog, ma nemmeno le testate giornalistiche online sono soggette all’obbligo di registrazione se non hanno intenzione di accedere a contributi pubblici.

È però necessario specificare che dopo questa sentenza della Cassazione, è entrata in vigore una nuova norma che pone una limitazione alla facoltà di non registrare le testate presso i tribunali di competenza.

Si tratta della legge 16 luglio 2012, n. 103 “Conversione, con modificazioni, del decreto-legge 18 maggio 2012, n. 63, recante disposizioni urgenti in materia di riordino dei contributi alle imprese editrici, nonché di vendita della stampa quotidiana e periodica e di pubblicità, istituzionale” che prevede che “Le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero on line, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16  della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni  n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni”.

Stando a quento prescritto dalla nuova legge, quindi, rimane legittimo l’esonero dall’obbligo di registrazione per tutti i blog e i giornali che non intendano accedere a finanziamenti pubblici a condizione che il ricavo derivante dall’attività della testata online non superi i 100.000 euro annuali.


posted by Giulia Giapponesi on settembre 18, 2012

Miscellanee

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wi-efiI privati cittadini non hanno l’obbligo di vigilare sull’uso della propria rete Wi-Fi da parte di terzi. È quanto stabilito da un giudice californiano chiamato a pronunciarsi in un’ennesima causa sulla violazione del diritto d’autore in rete.

Il caso era stato portato in tribunale dalla AF Holdings, una società di produzione di film a luci rosse, che ha citato in giudizio Josh Hatfield, un privato cittadino americano, come responsabile di una negligenza che ha permesso violazioni di diritto d’autore. Le violazioni sarebbero state compiute da utenti sconosciuti che utilizzavano la connessione ad Internet di Hartfield per scaricare illegalmente alcuni film hard tramite la piattaforma BitTorrent.

Davanti alla Corte la Af Holdings ha sostenuto che Hatfield fosse da ritenersi responsabile della violazione perché era venuto meno al dovere di sorvegliare la propria connessione ad Internet.

La difesa ha replicato che il detentore dei diritti non poteva sostenere lecitamente che ci fosse un obbligo di vigilare sull’utilizzo del Wi-Fi per prevenire la pirateria online.

Nella sua sentenza, il giudice Phyllis Hamilton ha accolto le ragioni della difesa: “l’AF Holdings non ha articolato nessuna base che imponesse a Hatfield l’onere di prevenire la violazione del diritto d’autore della società [...] e non si ritiene che Hatfield abbia qualche rapporto speciale con la Holdings tale per cui sarebbe tenuto a proteggere il copyright della compagnia”.

A quanto si apprende, non è la prima volta che detentori di diritti d’autore tentano la via della negligenza per imputare la responsabilità delle violazioni di copyright da parte di ignoti. Dal momento che un indirizzo IP non identifica unicamente una persona, le società legate al mondo dell’entertainment tentano frequentemente di addossare parte della responsabilità ai titolari delle connessioni ad Intenet nel tentativo di ottenere un risarcimento.

La decisione del giudice è stata dunque accolta con soddisfazione dall’Electronic Frontier Foundation, che segue con interesse molti di questi casi. “Questa sentenza comunica un forte messaggio giudiziario che dice che i detentori di copyright non possono utilizzare trucchi legali per eludere le protezioni che la legge ha istituito per i punti di accesso alla rete” ha commentato l’avvocato della Fondazione Mitch Stolz.

posted by Giulia Giapponesi on settembre 13, 2012

Miscellanee

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Twitter dovrà consegnare l’archivio dei post scritti da un utente attivista di Occupy Wall Street o sarà soggetta ad una sanzione pecuniaria.

È stato deciso del giudice della Corte Suprema dello Stato di New York Matthew A. Sciarrino Jr. cha ha stabilito che la compagnia di San Francisco dovrà ottemperare alla richiesta di informazioni su Malcom Harris, un attivista del movimento arrestato lo scorso ottobre dalla polizia di New York mentre manifestava sul ponte di Brooklyn.

I tweet di Harris sembrerebbero essere decisivi per determinare la sua posizione davanti alla legge. Potrebbero infatti provare che Harris era consapevole che la polizia aveva ordinato ai partecipanti al corteo di non occupare la carreggiata del ponte di Brooklyn. Al contrario, la tesi degli avvocati che difendono alcuni degli oltre 700 dimostranti arrestati è che sia stata proprio la polizia a indurli a sostare sul ponte.

Fin dalla prima udienza nel gennaio 2012, la compagnia californiana si è opposta alla richiesta del procuratore distrettuale, che voleva prendere in esame i tweet pubblicati da Harris tra il 15 settembre e il 30 dicembre 2011. I post appartengono agli utenti, hanno sostenuto i legali di Twitter, e consegnarli a terzi dopo che sono stati cancellati rappresenterebbe una violazione di privacy.

Le motivazioni dell’azienda non sono state accolte dal giudice che, il 30 giugno scorso, ha ordinato a Twitter di fornire le prove richieste e non ostacolare oltre l’iter giudiziario di Harris. Tuttavia, la compagnia del social network si è rifiutata nuovamente di esibire le informazioni richieste, compilando una richiesta formale che chiedeva l’annullamento del suo coinvolgimento nel processo, o in alternativa, un rinvio della decisione che potesse permetterle di intraprendere un ricorso in appello.

Il rifiuto di collaborare di Twitter è dovuto principalmente alla volontà di stabilire un principio di non responsabilità del provider di servizi sui contenuti postati dagli utenti che possa esimere la compagnia dal dover ottemperare alle frequenti richieste da parte delle autorità. A quanto si apprende dal “transparency report”, nei primi sei mesi del 2012 la compagnia che gestisce il social network ha ricevuto quasi 1000 richieste provenienti da istituzioni governative, la maggior parte delle quali americane.

Il fenomeno è stato anche segnalato da diversi gruppi a difesa dei diritti digitali tra cui l’Electronic Frontier Foundation. La stessa Fondazione, insieme alla American Civil Liberties Union e a Public Citizen, si è schierata accanto a Twitter nella causa su Malcom Harris compilando un “amicus brief”, una memoria a sostegno delle motivazioni di Twitter destinata alla Corte.

Tuttavia gli sforzi non sono bastati e l’11 settembre 2012 il giudice ha respinto il ricorso e senza concedere proroghe alla società, intimandole di fornire entro tre giorni la documentazione richiesta.  Il giudice ha inoltre chiesto di vedere i bilanci economici degli ultimi due trimestri dell’azienda per stabilire un’adeguata sanzione monetaria nel caso Twitter si mostrasse ancora “disobbediente”.

posted by Giulia Giapponesi on settembre 11, 2012

Miscellanee

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A pochi giorni dall’attesissima presentazione del nuovo modello di iPhone, giunge notizia degli States di una nuova vittoria giudiziaria della Apple che riguarda l’ormai “vecchio” iPhone 4.

Un giudice di San José (California) ha respinto le accuse presentate in una class action da un gruppo di utenti che lamentavano una pubblicità ingannevole da parte dell’azienda di Cupertino. L’accusa sosteneva che la Apple avesse ingannato i propri clienti sostenendo che il guscio di vetro dell’iPhone 4 avesse una resistenza molto maggiore di quella realmente garantita.

Il sito della Apple riportava infatti che il nuovo materiale era “30 volte più duro e 20 più rigido della plastica”, “iperduraturo” e modellato sul “vetro utilizzato per gli elicotteri e i treni ad alta velocità”.

Al contrario, i consumatori che si sono rivolti al giudice lamentavano una particolare fragilità del materiale che ricopre il modello uscente di iPhone. Un difetto lamentato anche da moltissimi utenti in rete, tanto che la stampa specializzata aveva iniziato a parlare di “glassgate” della Apple.

L’accusa aveva anche citato una ricerca condotta da una società di assicurazioni che sosteneva che il vetro dell’iPhone 4 avesse l’82% di possibilità in più di rompersi rispetto a quello del modello precedente.

Le rimostranze dei clienti delusi non sono state ritenute dal giudice californiano sufficienti a supportare la tesi della pubblicità ingannevole. Secondo il giudice distrettuale Edward Davila, le frasi pubblicate sul sito della Apple sarebbero da ritenersi mera comunicazione promozionale e non una promessa sulla base della quale istituire una class action.

“È un fatto della vita ben risaputo che il vetro si rompe nell’impatto” ha riportato il giudice nella sentenza, aggiungendo che l’accusa non era riuscita a dimostrare che la Apple aveva violato le leggi del Codice del Consumo americano.

“Un consumatore “ragionevole”" ha sottolineato il giudice “che vede una pubblicità in cui un iPhone 4 viene usato come un normale telefono, ma senza cover, non è portato a credere che l’iPhone 4 possa sopportare qualunque livelo di impatto con il pavimento, se lasciato cadere”.

I futuri acquirenti di iPhone possono dunque ritenersi avvertiti: le informazioni pubblicate sul sito della Apple potrebbero “ragionevolmente” esagerare un poco le prestazioni dei prodotti in vendita.

Non lede la privacy l’insegnante che assegna un tema sulle esperienze private dei suoi alunni, ma la lettura ad alta voce dei temi in classe deve tenere in conto la riservatezza dei ragazzi. È lecito videoregistrare una lezione, ma le immagini non devono essere pubblicate in rete senza il consenso delle persone riprese. La recita scolastica può essere registrata a patto che la diffusione delle immagini sia solo familiare.

Queste sono alcune delle indicazioni del vademecum “La privacy a scuola” pubblicato sul sito del Garante per la protezione dei dati personali a pochi giorni dall’apertura dell’anno scolastico. Dal tablet alla pagella elettronica, poche regole ma essenziali, rivolte a studenti, genitori ed insegnanti.

Com’è noto, capita di frequente in rete di imbattersi in video registrati tra i banchi scolastici, tra le regole quindi non poteva mancare un capitolo dedicato a smartphone e tablet. Il Garante ricorda che il loro uso” è consentito per fini strettamente personali, ad esempio per registrare le lezioni, e sempre nel rispetto delle persone. Spetta comunque agli istituti scolastici decidere nella loro autonomia come regolamentare o se vietare del tutto l’uso dei cellulari.

Si rammenta poi la regola generale che non si possono diffondere immagini, video o foto sul web senza il consenso delle persone riprese. Ciò naturalmente non vale solo per gli studenti, anche i genitori devono prestare cautela quando riprendono i loro figli, ad esempio durante recite o saggi scolastici. In quei casi le riprese sono lecite purché il materiale audiovisivo sia destinato al solo ambito familiare.

Il Garante ricorda poi alcune regole indirizzate al personale scolastico:

- è illecito pubblicare sul sito della scuola il nome e cognome degli studenti che usufruiscono gratuitamente del servizio mensa o i cui genitori sono in ritardo nel pagamento della retta. La regola principale è che gli avvisi messi on line devono avere carattere generale, mentre alle singole persone ci si deve rivolgere con comunicazioni di carattere individuale.

- L’attività di ricerca con la raccolta di informazioni personali tramite questionari da sottoporre agli studenti è consentita solo se ragazzi e genitori sono stati prima informati sugli scopi delle ricerca, le modalità del trattamento e le misure di sicurezza adottate. Gli studenti e i genitori devono essere lasciati liberi di non aderire all’iniziativa.

- I dati personali dei ragazzi possono essere diffusi ad aziende private e pubbliche amministrazioni al fine di agevolare l’orientamento, la formazione e l’inserimento professionale, ma solo su richiesta degli studenti.

- Le scuole devono rendere noto alle famiglie e ai ragazzi, attraverso un’adeguata informativa, quali dati raccolgono e come li utilizzano. Spesso infatti le scuole utilizzano nella loro attività quotidiana dati sensibili, nel trattamento dei quali devono porre estrema cautela. Famiglie e studenti hanno diritto di conoscere quali informazioni sono trattate dall’istituto scolastico, farle rettificare se inesatte, incomplete o non aggiornate.

Non tutti i dati che riguardano gli studenti sono tuttavia privati. I voti dei compiti in classe e delle interrogazioni, gli esiti degli scrutini o degli esami di Stato sono pubblici. Le informazioni sul rendimento scolastico sono soggette ad un regime di trasparenza e il regime della loro conoscibilità è stabilito dal Ministero dell’istruzione. L’istituto deve evitare di fornire, anche indirettamente, informazioni sulle condizioni di salute degli studenti, come nel caso delle “prove differenziate” sostenute dagli studenti portatori di handicap, un’indicazione che può essere comunicata solamente nell’attestazione da rilasciare allo studente.

Per quanto riguarda la privacy all’interno delle scuole, le telecamere all’interno degli istituti scolastici devono funzionare solo negli orari di chiusura e la loro presenza deve essere segnalata con cartelli. Se le riprese riguardano l’esterno della scuola, l’angolo visuale delle telecamere deve essere opportunamente delimitato. Le immagini registrare devono essere cancellate in generale dopo 24 ore.

Infine, per quanto riguarda la pagella elettronica, in attesa di poter esprimere il previsto parere sui provvedimenti attuativi del Ministero dell’istruzione riguardo all’iscrizione on line degli studenti, all’adozione dei registri on line e alla consultazione della pagella via web, il Garante auspica l’adozione di adeguate misure di sicurezza a protezione dei dati.